Riforma Renzi, rottamare il Senato mette a rischio la democrazia?

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L’approvazione del CdM apre alla riforma del Senato di Renzi mentre cresce il fronte delle opposizioni

Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest’Aula

Con queste parole Matteo Renzi si era presentato al Senato il 24 febbraio per chiedere la fiducia esponendo quello che era il progetto di riforma costituzionale. A oggi quel proposito sembra più vicino.

Infatti, il disegno di legge costituzionale approvato dal Consiglio dei ministri prevede la riforma del Senato e la riduzione dei parlamentari, la soppressione del CNEL e la riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione.

Le parole del Rottamatore del PD erano state ferme e volte a forzare la mano al governo per spingere il Consiglio dei Ministri ad approvare il decreto .

O facciamo le riforme o non ha senso che gente come me sia al governo. Non ci sto a fare le riforme a metà non sto a Roma perché mi sono innamorato dei palazzi: se la classe politica dice che non bisogna cambiare, faranno a meno di me e magari saranno anche più contenti

Alla fine il decreto è passato con l’unanimità dei voti, nonostante le crepe che si erano intraviste nella maggioranza, condite da tensioni e polemiche anche nei confronti del presidente del Senato Grasso e di Forza Italia che chiede ancora la precedenza per l’approvazione dell’Italicum.

I punti principali del progetto sono:

Senato delle Autonomie
Il “nuovo” Senato non sarà elettivo e sarà composto da 148 membri (che non percepiranno compensi): i presidenti delle giunte regionali e delle province di Trento e Bolzano, due consiglieri regionali per ogni regione (eletti dal rispettivo consiglio regionale) e due sindaci per ogni regione (eletti da un’assemblea dei sindaci delle regioni). I componenti del Senato non saranno quindi presenti in numero proporzionale agli abitanti delle regioni ma saranno in numero pari per ogni regione (anche se è possibile una modifica verso un sistema proporzionale in base agli abitanti di ciascuna regione); anche gli ex presidenti della Repubblica e i senatori a vita andranno a fare parte del nuovo Senato, così come i sindaci delle città capoluogo di regione.

Con questa riforma si pone fine quindi al  bicameralismo perfetto che metteva sullo stesso piano Camera dei deputati e Senato per l’attività legislativa e il vincolo fiduciario con l’esecutivo Senato.

Infatti, l’ex Camera alta potrà solo proporre delle modifiche ai vari disegni di legge, che dovranno però essere ratificate dalla Camera negli ambiti legislativi di governo del territorio e dell’ordinamento e delle funzioni dei comuni e delle regioni. Inoltre il Senato delle autonomie potrà esprimere un parere riguardo un nuovo disegno di legge o richiedere alla Camera di esaminarne uno. Le riforme costituzionali, invece, continueranno a dover essere approvate sia dalla Camera che dal Senato.

Titolo V della Costituzione
La riforma del TitoloV della Costituzione prevede un riordino generale delle competenze fra Stato e Regioni, di modo da superare l’attuale frammentazione  distinguendo fra quelle “esclusive” dello Stato e quelle “residuali” delle Regioni. Allo Stato rimarranno le competenze esclusive su economia, esportazioni, università e pubblica amministrazione.

CNEL
Il consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, sarà abolito perché non più rispondente alle esigenze di raccordo con le categorie economiche e sociali che in origine ne avevano giustificato l’istituzione.

Tempi
Per quanto riguarda la tempistica Renzi ha auspicato che:

E’ fondamentale che si arrivi all’approvazione della prima lettura del ddl riforme al Senato entro il 25 maggio e dunque entro le elezioni europee. Noi siamo ben sensibili agli sforzi del parlamento sul ddl riforme, ma penso che bisogna fare il più rapidamente possibile.

Critiche
L’iniziativa di Renzi non ha evitato forti critiche da parte degli esponenti politici vicini all’area politica del governo e di quelli dell’opposizione.

Per primo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che aveva dichiarato di immaginare un Senato composto ancora di eletti contestualmente alle elezioni dei consigli regionali e che:

Nell’abolizione del Senato così com’è più l’Italicum, e dunque con un monocameralismo di fatto, io intravedo un risultato che porta verso la diminuzione degli spazi di democrazia. Perché oggi, secondo la legge elettorale approvata alla Camera, abbiamo una legge per cui una piccola minoranza del 25% può avere la maggioranza in parlamento e legiferare in una sola Camera. Mi sembra di essere come quel bambino che dice che il re è nudo.

A criticare fortemente il progetto del governo anche due noti costituzionalisti: Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, entrambi firmatari dell’appello lanciato da “Giustizia e Libertà” contro la deriva autoritaria del progetto renziano:

Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale per creare un sistema autoritario che da’ al presidente del Consiglio poteri padronali.

Tra i primi firmatari ci sono:

Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Gaetano Azzariti, Elisabetta Rubini, Alberto Vannucci, Simona Peverelli, Salvatore Settis, Costanza Firrao ma anche da Stefano Landini, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.

Il rischio maggiore che si corre per gran parte dei critici della Riforma Renzi è quello che in nome della rapidità si possano smantellare istituzioni che hanno avuto storicamente il compito di garantire la pluralità e il bilanciamento dei poteri.

Rischiando di creare una sorta di forma di governo plebiscitaria e personalistica basata sul rapporto populista tra il leader e la massa.

Forza Italia invece spinge per la priorità dell’approvazione dell’Italicum e chiede al primo ministro coerenza e il rispetto degli accordi stretti con il Partito Democratico.

Renzi è  comunque deciso a proseguire la sua corsa, nonostante le critiche e la possibile difficoltà nei numeri per l’approvazione al Senato:

Questo ddl mette la parola fine a una discussione lunghissima, trentennale, nel dibattito tra gli esperti. Approviamo un ddl costituzionale che intende superare il bicameralismo perfetto e che ha quattro paletti: no voto di fiducia, no voto sul bilancio, no elezione diretta dei senatori, no indennità per i senatori. Il presidente della regione Lombardia che siede in Senato ha la sua indennità ma non ha bisogno di un’indennità aggiuntiva. Una novità straordinaria, sono assolutamente certo che non ci saranno tra i senatori persone che non colgano la straordinaria opportunità che stiamo vivendo. Sono certo che la stragrande maggioranza dei senatori non potrà scacciare questa speranza. Io sono convinto che non ci sia alternativa.

Per l’Italia siamo certi non sembrano esserci alternative alle riforme; il tempo della sterile polemica politica sembra essersi esaurito.

È necessaria una spinta riformatrice che possa andare avanti anche in maniera impopolare e smuovere l’immobilismo che ha colpito questo Paese.

La Costituzione non deve essere considerata immutabile per quanto preveda un meccanismo alquanto rigido di modifica; il superamento del bicameralismo perfetto (anomalia tutta italiana) è il primo passo necessario per evitare che anche questa volta si parta per cambiare tutto e si finisca invece per non cambiare niente.

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