Province, cosa cambia con la riforma Delrio?

Apr 8 • AttualitàNessun commento su Province, cosa cambia con la riforma Delrio?

La riforma Delrio sulle Province incrina l’asse “PD Forza-Italia” e mette a rischio le riforme costituzionali

L’approvazione del disegno di legge Delrio sulla riforma degli Enti Locali con la ridefinizione del sistema delle Province, l’istituzione delle Città metropolitane con nuove funzioni e nuove disposizioni nella normativa dell’unione e la fusione dei comuni e dei loro organi ha acceso lo scenario politico.

Il decreto riordina le competenze degli Enti locali e svuota di competenze le Province in attesa che sia varata la riforma costituzionale per la modifica del Titolo V che permetta la loro cancellazione.

Sulla cancellazione delle province Renzi aveva detto:

Sappiamo che ci sono tante amministrazioni provinciali che fanno bene il loro lavoro, ma è arrivato il momento di dare un messaggio chiaro forte e netto. Tremila posti in meno ai politici è la premessa per tornare a dare speranza e fiducia ai cittadini. Non è un caso che la riduzione dei costi e dei posti della politica, è la premessa per l’operazione di restituzione degli 80 euro ai cittadini che stiamo cercando di fare

Un po’ di storia
Le Province italiane sono territorialmente 110, cui corrispondono 107 amministrazioni provinciali (Aosta, Bolzano e Trento sono autonome), suddivise in 20 Regioni. La loro istituzione risale al Regno Sabaudo nel 1859 con il decreto Rattazzi che organizzò l’ordinamento del territorio in Province, Mandamenti, Circondari e Comuni. Era un ente dotato di propria rappresentanza elettiva e di un’amministrazione autonoma. Con il fascismo fu abolito il principio elettivo e il Consiglio fu sostituito dal Rettorato e dal Preside, nominato dal Re, che accentrava tutte le competenze. Nel dopoguerra viene ricostituita l’organizzazione democratica dell’Ente con la ricomparsa del Consiglio Provinciale e inserita nella Costituzione. La ripartizione poi delle competenze e delle funzioni è stata rielaborata con il decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali) che ha modificato gli articoli che riguardavano i rapporti tra lo Stato e le Regioni ed ha apportato modifiche anche alle Province “costituzionalizzandone” lo status.

Le funzioni
Alla Provincia spettano le funzioni di difesa del suolo (ambiente, risorse idriche ed energetiche); valorizzazione dei beni culturali; viabilità e trasporti; organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale; servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale; compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l’edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale; assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali; gestione della Polizia provinciale.

Inoltre, in adesione al principio di sussidiarietà, alla Provincia sono attribuite specifiche funzioni in materia di protezione civile; scuola ed istruzione; risparmio e rendimento energetico; trasporti; autoscuole; imprese di revisione e riparazione di autoveicoli; rilascio di licenze per autotrasporto ed albi provinciale degli autotrasportatori; industria; lavoro e centri per l’impiego.
I costi delle Province per lo Stato sono cresciuti esponenzialmente negli anni fino a raggiungere la cifra di circa 2,3 miliardi di euro l’anno a causa dalla crescita elefantiaca della macchina amministrativa provinciale che è passata dai quasi 54mila dipendenti pubblici del 1971 agli oltre 100mila di oggi parallelamente all’aumento del loro numero.

Che cosa cambia con la riforma?
La riforma prevede una fase di graduale assestamento fino al 1 gennaio 2015 in cui si passerà dal sistema attuale a quello di Consigli provinciali eletti da parte dei sindaci e dei consiglieri comunali con un sistema elettorale basato sul numero di abitanti dei Comuni da loro rappresentati.  Favorendo i Comuni più grandi, il sistema dovrebbe incentivare le unioni e le fusioni tra Comuni più piccoli

Città Metropolitane
Dal primo gennaio 2015 le città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Roma, Napoli e Reggio dal 2016) già previste dalla Costituzione, subentreranno alle Province omonime e succederanno a esse in tutti i rapporti attivi e passivi esercitandone le funzioni nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica e degli obiettivi del patto di stabilità interno. Gli organi saranno: il sindaco che è di diritto quello della città capoluogo a meno che lo statuto non decida per l’elezione diretta (richiede apposita legge elettorale e la divisione del Capoluogo in più Comuni); il Consiglio metropolitano e la conferenza metropolitana.

Le nuove Province
Nella fase transitoria manterranno le funzioni di area vasta e quelle di pianificazione riguardo a territorio, ambiente, trasporto, rete scolastica. Il trasferimento delle funzioni e del personale a Regioni e Comuni vedrà poi la redistribuzione del patrimonio e del personale con lo stesso compenso. Le “nuove” Province avranno come organi il presidente, il Consiglio provinciale e l’Assemblea dei sindaci ma saranno organi a titolo gratuito e non più elettivi. Il presidente è eletto dai sindaci e dai consiglieri dei Comuni della Provincia. Il Consiglio provinciale, composto da un numero di membri differente a seconda del numero degli abitanti, è eletto dai sindaci e dai consiglieri comunali. L’Assemblea dei primi cittadini è composta dai sindaci dei Comuni della Provincia. Entro la fine del 2014, il nuovo meccanismo elettivo secondario dovrà portare all’elezione del nuovo presidente e degli organi. Nelle fasi transitorie il presidente della Provincia e la giunta restano in carica a titolo gratuito per l’ordinaria amministrazione fino all’insediamento del presidente eletto secondo il nuovo meccanismo e non oltre il 31 dicembre 2014. Per le Province commissariate, il commissariamento è prorogato fino al 31 dicembre 2014.

Unioni e fusioni di Comuni
Il ddl dà impulso affinché i piccoli Comuni si organizzino in Unioni di Comuni per semplificare così i percorsi burocratici. Le cariche dell’Unione saranno tutte a titolo gratuito senza personale politico. Incentivi alla fusione e all’unione possono essere dati dalla Regione con misure specifiche nella definizione del patto di stabilità verticale.

Regioni a statuto speciale
Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano non subiranno il nuovo assetto istituzionale e manterranno la loro disciplina autonoma.

Perché sì?

A favore del ddl Province hanno votato compatti Partito democraticoNuovo CentrodestraScelta Civica e Popolari per l’italiaDelrio aveva esultato su twitter per l’approvazione della riforma definita come una “una riforma vera” degli Enti Locali:

 

 

Alle critiche di golpe aveva risposto:

Non c’è nessun golpe, è una riforma attesa da anni con la quale sarà semplificato il quadro amministrativo. C’è uno spazio nel futuro per una riduzione fiscale della tassazione provinciale mentre in tempi rapidi spariranno tremila amministratori provinciali e nei piccoli Comuni gli amministratori saranno impegnati a titolo gratuito.

Il Pd ha comunque votato compatto il decreto – nella convinzione espressa da Lorenzo Guerini, vicesegretario del Partito – che il decreto sia “un successo dopo anni di attesa, che porta risparmi concreti ed è un passo decisivo che troverà compimento con la riforma costituzionale e la revisione del titolo V”. Anche l’altro vicesegreterario democrat, Debora Serracchiani, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, ha difeso il decreto votato dalla maggioranza:

Non è un golpe, anzi saluto con particolare soddisfazione l’impegno preso già a suo tempo dall’attuale sottosegretario Delrio e dal presidente del Consiglio Renzi che hanno lavorato insieme al governo per approvare una riforma importante. Sono soddisfatta per l’impegno con cui il premier Renzi sta portando avanti con decisione il suo programma di riforme. Per quanto riguarda lo specifico delle Province, come Regioni saremo pronti a presentare emendamenti che migliorino il testo e contestualmente i rapporti tra Stato e Regioni. Su questo aspetto il ministro per gli Affari regionali Lanzetta ha convenuto in pieno sul fatto che un impegno comune sarà utile per disciplinare al meglio il nuovo ordinamento degli Enti locali

Infatti, il ministro per gli affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, ha appoggiato l’iniziativa riformatrice del governo definendo

l’approvazione alla Camera del ddl Delrio per l’abolizione delle Province un altro passo avanti sulla via delle riforme; ora il ministero per gli Affari Regionali opererà per rendere concreto quanto deciso dal Parlamento con tutti gli attori del settore, vale a dire Anci e Upi, e naturalmente i grandi e i piccoli Comuni. Oggi si apre una fase di studio per rendere attuabile il ddl Delrio

Perché no?

Molto forte e combattivo è il fronte del no composto da Forza Italia, M5S, Lega, Sel e Fratelli d’Italia. L’opinione condivisa da questi partiti è che il governo Renzi abbia usato la riforma solo come spot pubblicitario a suon di slogan per la finta abolizione delle Province e riduzione degli sprechi. In realtà le critiche maggiori puntualizzano che il decreto non elimina le Province ma le sostituisce con istituzioni di nominati e non più eletti democraticamente. Inoltre, i critici sostengono che il risparmio apportato da questa riforma sarebbe inferiore alle cifre annunciate dal governo come anche sottolineato dalla Corte dei Conti.
La posizione più eclatante è quella di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia, che dopo aver urlato al golpe durante le votazioni in aula, ha dichiarato:

Una legge porcata. Napolitano non la promulghi. Questo provvedimento se abbinato alla riforma del Senato genererà un obbrobrio e una vera e propria truffa

Anche il M5s contesta Renzi e le “false” notizie sul risparmio per lo Stato che questa riforma porterà. Secondo il conteggio del Movimento 5 Stelle, infatti, la prospettiva economica sarebbe diversa tanto che tra consiglieri e assessori verrebbero create ben 31 mila poltrone in più, per un costo totale molto elevato. Non si tratterebbe quindi di una legge al risparmio ma anzi finalizzata a limitare la scelta democratica dei cittadini sul territorio e aumentare la politica dei nominati.
Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia è sulla stessa scia dei grillini e su twitter ha ironizzato:

 

Opinioni contrarie al ddl sono state espresse anche da Sel e Lega.

Riuscirà il governo Renzi a sopravvivere a queste scosse o  l’accordo sulle riforme costituzionali è destinato a crollare?

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