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Ludovico Einaudi, l’uomo che fa parlare il silenzio.

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[highlight]Il maestro Ludovico Einaudi incanta l’Anfiteatro Romano di Avella nel concerto di apertura della XVIII Edizione del Pomigliano Jazz in Campania[/highlight]

Una splendida cornice per un ospite d’eccezione. In una delle tante ricchezze dimenticate del nostro territorio, l’Anfiteatro Romano di Avella, si è esibito ieri il grande pianista Ludovico Einaudi, invitato ad aprire la XVIII edizione del Pomigliano Jazz in Campania.

La kermesse musicale che da quasi vent’anni regala agli amanti del buon jazz emozioni indimenticabili, e che ha rischiato di chiudere i battenti a causa della proverbiale cecità delle istituzioni locali, da due anni ha cambiato pelle, trasformandosi in un festival itinerante, con la collaborazione e partecipazione di altri comuni della zona, quali Avella, Cimitile, Pollena Trocchia, Ottaviano, e, ovviamente, Pomigliano D’Arco.

Sono le 21.30 quando il maestro Einaudi e la sua band, con la quale si appresta a partire per un tour mondiale, iniziano a suonare. Ed è subito magia.

Un avvio tribale, capace di trascinare lo spettatore in un loop musicale avvolgente, grazie al suono quasi ipnotico delle percussioni, riscalda gli animi, e non solo, in una serata fresca e umida.

Più che di un concerto, però, sarebbe più giusto parlare di un percorso sensoriale, che lo spettatore è invitato a vivere fino in fondo, accompagnato passo dopo passo dal suono elegante del pianoforte.
Anche se la band di supporto è di recente costituzione, l’alchimia e l’affiatamento tra i suoi vari elementi sono perfetti. In particolare, a lasciare il segno è la combinazione pianoforte-violino, a tratti struggente e commovente.
Ascoltare Einaudi è un’esperienza emozionante, intima, malinconica. È come quando ci siede accanto al fuoco di un camino ad ascoltare i racconti di un vecchio saggio: ti rapisce, e ti conduce in piccolo mondo parallelo, dove non esiste nient’altro al di fuori della musica.
Rimasto solo sul palco, al buio, con una piccola luce a illuminare la tastiera del pianoforte, spalle al pubblico, il maestro ci ha invitato a entrare nella sua sfera privata, facendo provare allo spettatore la sensazione di trovarsi in un angolo del suo studio a osservarlo mentre compone una nuova opera.

La sua capacità di far parlare il pianoforte, anche nei silenzi che separano una nota dall’altra, è straordinaria.
Il concerto è stato un’esplosione di emozioni, dalla dolcezza alla malinconia, passando attraverso la follia. Il suo tocco leggero contrastava con la violenza delle percussioni, il dolore del violino, la familiarità del suono della chitarra.

Una miscela perfetta, capace di conquistare un pubblico composto da spettatori di tutte le età, con molti giovani ammaliati da così tanta bellezza.
Solo alla fine il maestro si è concesso al pubblico, ringraziando la band e concedendo il consueto bis. Poco meno di due ore della migliore espressione musicale dei nostri tempi.

Perché sarà pure vero che le note sono sette, ma le combinazioni sono infinite; ed Einaudi le declina in maniera sublime.
Si dice spesso che i festival locali sono sinonimo di cattivo gusto e pessimo cibo. Beh, possiamo dire, senza remora di essere smentiti, che il Pomigliano Jazz rappresenta l’eccezione che conferma la regola.

*photo credits: Giacomo Ambrosino PhotographerGMPhotoAgency

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