Modello Stamina: “speranza o truffa”?

[highlight]Il Ministro della Salute Lorenzin ha già espresso la sua opinione[/highlight]


Le cellule staminali sono al centro di numerosi questioni, soprattutto riguardo al loro utilizzo e alla loro reale efficacia.

La legislazione in materia non è univoca e a livello globale ogni Paese ha stabilito le proprie regole: basti pensare che in Belgio e in Regno Unito si può usufruire di cellule staminali embrionali nell’arco di 14 giorni dalla fecondazione, ovvero a partire dalle blastocisti in soprannumero derivate dalle procedure di fertilizzazione in vitro (IVF); solo in particolari circostanze (ad esempio per studiare specifiche malattie gravi) è permessa la creazione di embrioni umani per la produzione di cellule staminali embrionali umane ad hoc.

Su questa scia si pongono anche Sud Africa (prima nazione a fornire una banca di cellule staminali), lo Stato del New Jersey (che ha autorizzato la clonazione di embrioni a fini di sviluppo e raccolta di cellule staminali umane), Brasile e Canada (sebbene qui rimanga il divieto di creare embrioni umani finalizzati alla ricerca).

In altri Paesi, tra i quali alcuni dell’Unione Europea, le legislazioni hanno invece un approccio diverso: in Germania è illegale ottenere cellule staminali dagli embrioni, come anche in Giappone, India, Corea del Sud, Israele e Arabia Saudita.

Nell’aprile 2011, invece, il Senato francese ha autorizzato la ricerca regolamentata sull’embrione e sulle cellule staminali, nell’ambito di un progetto di legge sulla bioetica, battendo così il Governo e in particolare la maggioranza, fortemente contrari a questo tipo di ricerca.

Nella lista però manca ancora l’Italia, anche se proprio in quest’ultimo periodo il dibattito è diventato più vivo a causa delle rivelazioni del Ministro della Salute ai microfoni di Radio Uno.

Secondo Beatrice Lorenzin, il metodo Stamina non sarebbe una cura, perché il trattamento è ancora sperimentale. L’esponente del Governo Letta, poi, attacca duramente chi difende il progetto di Davide Vannoni, presidente della Stamina Foundation.

Quest’ultimo il 1 agosto dovrebbe consegnare al Ministero della Salute il protocollo del “metodo Stamina“, che prevede: la richiesta di non modificare la standardizzazione della metodica, la possibilità per Stamina di scegliere le tre patologie su cui attuare la sperimentazione (Slaparesi cerebrale infantile e una malattia degenerativa non neurologica) e l’individuazione di un solo laboratorio per la produzione cellulare sotto il controllo dei biologi di Stamina.

Ma il 46enne torinese (laureato in Lettere) chiede anche la garanzia che per le infusioni e le valutazioni si utilizzino due ospedali in prossimità del laboratorio di produzione e, infine, la nomina di una Cro (organismo di controllo internazionale super partes) che certifichi tutti i dati ottenuti e l’applicazione della buona pratica clinica.

Naturalmente le opinioni a riguardo sono divergenti: senza contare le accuse sollevate dal Consiglio Generale dell’Associazione Luca Coscioni a causa della presenza delle incombenti multinazionali, la domanda che sorge spontanea a molti riguarda l’effettiva utilità del metodo nel prevenire e curare malattie degenerative o per le quali ancora non esiste una cura specifica.

Negli USA, la rivista scientifica Nature ha bocciato il metodo Stamina, ritenendolo plagio di uno studio di ricercatori russi, coordinati da Elena Schegelskaya, biologa molecolare presso il Kharkov National Medical Universit, che non ha poi avuto seguito.

Ma in fondo, però, liberalizzare i limiti nella ricerca delle staminali permetterebbe al nostro Paese di raggiungere il livello di altre nazioni che sono più all’avanguardia, in questo settore.

Quel che ci resta da fare è aspettare.


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