Dalla pirateria allo streaming: l’evoluzione della musica digitale

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In meno di 15 anni la musica digitale ha stravolto l’intera industria discografica: dalla pirateria allo streaming passando per abbonamenti e peer-to-peer

Dalla pirateria allo streaming. Quando nel 1999 Shawn Fanning e Sean Parker lanciarono Napster, il primo vero servizio di condivisione peer-to-peer dedicato principalmente allo scambio di file mp3, non sapevano che il futuro dell’intera industria musicale sarebbe dipeso da loro.

La “pacchia” durò relativamente poco: in appena due anni si parlava già di milioni di file condivisi tra gli utenti e di altrettante violazioni di copyright accertate con una sentenza del 2001 che ordinò la cessazione delle attività dei server e condannò i fondatori del famigerato servizio ad un risarcimento nei confronti delle etichette discografiche pari a circa 26 milioni di Dollari. Una cifra considerata per molti una vera e propria follia considerando la totale gratuità di Napster e, soprattutto, della presunta violazione dei “principi della rete”: per molti la chiusura di Napster sarebbe stata soltanto la prima di una lunga serie che non avrebbe mai avuto fine.

napster

Cosa che si è puntualmente avverata con i vari WinMx, eMule e LimeWire (solo per citarne alcuni). Napster aveva aperto le porte alla “smaterializzazione” musicale, un concetto impensabile per le etichette discografiche che ancora non avevano realizzato alle soglie degli anni 2000 la reale portata della rete.

A monitorare il tutto, da un’ufficio della sede di Apple a Cupertino c’era Steve Jobs che nell’ottobre del 2001 presentò al mondo l’iPod il più piccolo ed avanzato lettore di mp3 al mondo. Già nel 1999 l’ex CEO di Apple aveva perso una preziosa occasione di entrare nel settore musicale scegliendo di non installare un masterizzatore all’interno del suo primo iMac. Rapidamente la priorità del settore dei Personal Computer divenne quella di realizzare CD personalizzati utilizzando le proprie playlist digitali in mp3. E fu proprio con la scomparsa di Napster dalla circolazione che Jobs sferrò il primo accatto decisivo verso la legalizzazione della condivisione musicale.

itunes 2003

L’iTunes Music Store aprì i battenti il 28 Aprile 2003 ed in meno di una settimana aveva già raggiunto il primo milione di download “legali” (nel 2013 sono stati superati i 25 miliardi di canzoni scaricate). Alla base degli accordi tra Apple e le etichette discografiche vi era un prezzo imposto pari a 0.99 $ (diventati 0.99 € in Europa) per ogni singolo brano scaricato e speciali sconti per chi decideva di acquistare gli album interi.

La personalizzazione delle proprie playlist era finalmente garantita ed unanimemente accettata dal mondo dei consumatori e dell’industria musicale. Ben presto, però, anche il geniale intuito di Steve Jobs fu messo da parte da un concorrente inaspettato: YouTube.

Nato con l’intenzione di diffondere i video registrati dagli utenti di tutto il mondo, ben presto il servizio di broadcasting video si è affacciato al mondo della musica, iniziando a diffondere in maniera completamente gratuita i brani e soprattutto i videoclip degli artisti di tutto il mondo.

La strada dello streaming musicale era ormai tracciata. Iniziarono ben presto a comparire le web radio, come quelle di Pandora, che sulla base di royalty particolarmente vantaggiose riuscivano a garantire una programmazione vasta e quasi completamente gratuita.

Ma nel 2007 le cose iniziarono a cambiare quando il “Copyright Royalty Board” decise di triplicare le commissioni destinate alla diffusione in streaming di contenuti musicali. Ancora una volta le etichette avevano avuto la meglio sulla condivisione musicale online. Contemporaneamente, però, hanno iniziato timidamente a fare la loro comparsa i primi servizi in abbonamento come quelli di Spotify, lo stesso Pandora e perfino Napster, tornato in forma “legale” dopo l’acquisizione di Roxio.

spotify

Il concetto è ormai omologato: gratuitamente, con alcune limitazioni e l’inserimento di pubblicità, o attraverso un abbonamento mensile (offerto ad un prezzo variabile tra i 4.99 € ed i 9.99 €) è possibile usufruire di un catalogo pressoché infinito di brani musicali. Più o meno gli stessi che troverebbero in un qualsiasi negozio fisico o digitale. Il tutto senza limiti di ascolto né di download (ovviamente per gli abbonamenti più costosi).

Oggi sono davvero numerosi i concorrenti presenti all’interno di questo nuovo mercato che già sembra avere in se tutte le caratteristiche per diventare il nuovo standard di riferimento per le prossime generazioni.

Internet e la musica digitale sembrano finalmente aver trovato un punto di incontro definitivo. Ma sarà davvero così?

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