Vergogna da stadio: tra fascismo e comunismo

Mar 24 • SportNessun commento su Vergogna da stadio: tra fascismo e comunismo

Dal coro “Duce Duce” all’inneggiamento dei “massacri delle foibe”, dalle svastiche ai saluti romani. Ecco come la politica entra negli stadi

Nella carrellata della vergogna del calcio italiano non poteva certo mancare un po’ di “malsana” politica. Alcuni dei gruppi ultras più irrequieti d’Italia sono mossi anche da ideologie che confluiscono spesso in estremismi di destra e di sinistra.
La maggior parte delle società italiane si dichiara apolitica ma, a questo proposito, è molto interessante analizzare il II Rapporto annuale dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive sulla violenza negli stadi, pubblicato nel 2003. Si tratta di una ricerca sugli orientamenti politici di 128 tifoserie italiane. Secondo questo documento, 27 di queste tifoserie sono proiettate più verso destra, 15 verso sinistra; Milan, Bologna, Perugia, Brescia, Crotone, Sora e Lucchese presentano le tifoserie più variegate politicamente, mentre le restanti 75 squadre sono da definire “apolitiche”.

Inoltre, la legge 41/07 vieta chiaramente qualsiasi messaggio o simbolo politico sugli striscioni, ai fini di evitare scontri fisici tra gruppi di ideologie diverse. Nonostante ciò, ancora una volta le sanzioni delle istituzioni sportive sono state spesso leggere e inefficaci (come negli analoghi casi di antisemitismo e o di mancanza di rispetto per le tragedie sportive)

Questo atteggiamento ha facilitato la vita agli “estremisti da stadio” che, a scopo totalmente illustrativo ed esemplare, si potrebbero identificare in alcune frange delle tifoserie di Livorno, Lazio e Roma. Alcuni episodi, anche abbastanza recenti, rendono bene l’idea del binomio calcio-politica che riguarda queste squadre e della debolezza delle istituzioni di fronte a queste situazioni.

Livorno-Triestina e le foibe di Tito
Il 24 febbraio 2002, in una partita dell’allora Serie C1 tra Livorno e Triestina, i tifosi amaranto espongono uno striscione eloquente: “Tito ce l’ha insegnato, la foiba non è reato”. Il riferimento è alla tragedia che coinvolse molti italiani, soprattutto triestini e istriani, rinchiusi e uccisi nelle Foibe dai comunisti di Tito. Lo striscione sventola liberamente per tutto il match, e la sanzione è di 7.500 euro a carico della società toscana. Gli autori dell’opera? Impuniti.

Il Livorno e la capitale: “Roma è fascista” (?)
Il 29 gennaio 2006, proprio i livornesi si ritrovano bersagli delle “manifestazioni politiche” di alcuni romanisti. In un Olimpico da anni trenta, i sostenitori amaranto vengono accolti da svastiche e croci celtiche, in mezzo alle quali spicca lo striscione “Lazio-Livorno, stessa iniziale, stesso forno”. Un mix letale di antisemitismo e rievocazione nazi-fascista preoccupante che procura alla Roma solo una giornata di squalifica del campo e induce il presidente Sensi ad implorare:

Fuori la politica dai campi

La stagione precedente, appelli simili si registrano con cadenza quasi settimanale. Il Livorno di Roberto Donadoni è appena tornato in Serie A dopo 55 anni di assenza portando con sé entusiasmo e una nuova ventata di rivalità politica all’interno degli stadi italiani. L’esordio col botto in casa del Milan Campione d’Italia e le bandane sfoggiate dai 10000 tifosi labronici per schernire Berlusconi sono solo una barzelletta rispetto a quanto accadrà in seguito.

Quello che si vive il 10 aprile 2005 all’Olimpico contro la Lazio è infatti agghiacciante. I tifosi biancocelesti, forse, aspettavano questo momento da una vita. La prima pagina de La Repubblica del giorno dopo è più che esaustiva:

3 minuti per il Wojityla, 87 per Hitler e Mussolini

Superato il ricordo del papa polacco appena scomparso, il resto della partita è tutto un fiorire di cori e striscioni dai connotati innegabilmente fascisti. Le scritte “Roma è fascista” , “Boia chi molla” e “Me ne frego”, insieme al grido “Duce Duce” partorito dalla curva laziale, fanno rabbrividire e scatenano ovvie polemiche. Intanto, i livornesi rispondono intonando Bandiera rossa e Bella ciao, nel più tipico stile resistenziale, come risposta ad un nazionalismo nero con un nazionalismo rosso” (come si legge sul n° 95 de “Il comunista” del maggio 2005).

Gli scontri ideologici tra queste due tifoserie hanno trovato la loro reincarnazione in campo nelle personalità di Di Canio e Lucarelli. Celebre il saluto romano del primo, all’atto della sua uscita dal campo nel corso di un Lazio – Juventus: per lui un turno di squalifica e un’ammenda di 10000 euro.

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