Telelavoro: a che punto siamo in Italia?

Mag 22 • LavoroNessun commento su Telelavoro: a che punto siamo in Italia?

La questione del lavoro a distanza rappresenta una possibile opportunità per superare la crisi ma è ancora tanto bistrattata in Italia

Il sistema del telelavoro o smart working in Italia fatica a decollare bloccato tra dubbi e mancanza di coraggio da parte delle imprese.

Il nostro Paese, infatti, è ancora ai margini delle classifiche europee per numero di telelavoratori, con meno del 4% di occupati mentre la Repubblica Ceca (14%) e soprattutto l’Olanda (32%) sono ai primi posti delle classifiche europee.

Da notare comunque che, a restare indietro è l’intera Europa (8%) se confrontiamo i dati del telelavoro nei Paesi cosiddetti emergenti come l’India  (50%), l’Indonesia (34%), il Messico, l’Argentina e il Sud Africa (30%).

In un Continente che soffre di crisi di competitività  e nello specifico l’Italia, che soffre più di tanti la difficile ripresa sarebbe ora di riprendere le sperimentazioni e utilizzare un modello d’impresa più dinamico che permetta l’utilizzo massiccio di questa forma di lavoro a distanza.

Cos’è il telelavoro

Per telelavoro si intende il decentramento produttivo e occupazionale realizzato attraverso gli strumenti telematici che permettono di lavorare scambiando dati e informazioni in tempo reale con la sede di lavoro. Il cosiddetto lavoro a distanza che evitare di recarsi presso il luogo fisico aziendale e lavorare da casa.

Crisi di fiducia

La vecchia idea di fare impresa basa le proprie convinzioni contro il lavoro da casa, secondo l’idea che, per produrre e collaborare in maniera più efficace alla vita aziendale, i lavoratori debbano essere fisicamente presenti sul posto di lavoro.

Il primo dei motivi per cui il telelavoro stenta a decollare in Italia, è la mancanza di fiducia nei confronti del lavoratore da parte del datore di lavoro, che preferisce controllare direttamente i propri sottoposti per verificarne l’effettiva produttività.

Altri limiti sono individuati in termini di produttività, perché si pensa che stare a casa a contatto con i familiari possa far diminuire l’attenzione e la concentrazione sui problemi di lavoro e le attrezzature insufficienti, compromettendone l’efficacia produttiva. Altre problematiche vengono individuate dal punto di vista della salute con tutti i rischi collegati a posture scorrette, ambienti di lavoro domestico non idoneo e psicologici, perché lo stato di isolamento che causerebbe il lavoro a casa aumenterebbe i fattori di rischio di depressione o alienazione.

Opportunità d’impresa

Eppure i dati e le testimonianze dimostrano che i telelavoratori tendono ad essere più produttivi e a lavorare più ore rispetto ai colleghi che si recano in ufficio. Secondo alcuni studi sul telelavoro, alcune aziende come Best Buy, British Telecom e Dow Chemical mostrano che i telelavoratori hanno una produttività più alta del 35-40%.

L’ILO – Organizzazione internazionale del lavoro conferma  le forti motivazioni economiche a favore del telelavoro, sia a vantaggio dei lavoratori sia dei datori di lavoro. Nell’analisi sul telelavoro,  infatti, si dimostra un miglioramento del clima generale aziendale; un miglior livello di soddisfazione dei lavoratori; una riduzione dell’assenteismo (in media del 63%); un risparmio del consumo di energia, di beni immobili e dei costi di allocazione con una maggiore diversità di lavoro. Inoltre, il telelavoro favorisce le condizioni svantaggiate come quelle di alcune donne che devono affrontare una difficile conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari e di persone disabili alle prese con problematici spostamenti verso il posto di lavoro.

Il ritardo italiano

Se in Olanda la nuova legge prevede che, dal luglio 2015, il datore di lavoro non potrà rifiutare la richiesta di telelavoro da parte del dipendente se non per dimostrati rischi di sicurezza, pianificazione del lavoro e danni economici.

In Italia la situazione è ancora in alto mare.

Eppure casi positivi ci sono anche da noi: un esempio è quello di Laura Ribotta, telelavoratrice felice che testimonia quotidianamente la correttezza della sua scelta attraverso il suo blog promuovendo questa forma di lavoro.

Ingegnere per studio, mamma per professione, dal 2005 lavoro per il Comune di Torino. Recentemente ho iniziato a svolgere la mia mansione in telelavoro ed essendo entusiasta della mia esperienza cerco di promuovere il dialogo su questa forma di lavoro, affinché possa trovare diffusione anche in Italia.

A livello normativo questa attività è stata riconosciuta a livello normativo europeo nel 2002, con un Accordo quadro poi recepito dall’Italia nel 2004. Nel febbraio scorso, l’INPS ha emesso una circolare contenente le disposizioni attuative dell’Accordo Nazionale sul progetto di telelavoro domiciliare, mentre il Jobs act ha previsto incentivi per le imprese e per il telelavoro, atti a favorirne l’adozione e  migliorare la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, ma si è ancora lontani dall’esempio olandese.

Se è vero che non tutti i settori aziendali possono beneficiare del telelavoro e le piccole imprese avrebbero difficoltà a organizzarsi con il lavoro a distanza, per altre, come i grandi call center, questa potrebbe essere la soluzione alla crisi e alle politiche aziendali di delocalizzazione selvaggia.

Come dimostra uno studio del Politecnico di Milano, lo smart working costituirebbe un’alternativa vantaggiosa in grado di produrre circa ventisette miliardi di euro di ricavi in più e dieci miliardi di costi in meno.

Per uscire dalla crisi, l’impresa italiana deve pensare a modi diversi di lavoro e produzione, questo deve passare obbligatoriamente con un nuovo rapporto di fiducia e responsabilità con il lavoratore.

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