Perché il calo del prezzo del petrolio non è positivo

Gen 14 • EconomiaNessun commento su Perché il calo del prezzo del petrolio non è positivo

Effetti positivi a breve termine, effetti negativi a lungo termine

Se l’offerta di una merce supera la domanda, il costo della merce diminuisce, per la gioia dei consumatori, ma se a subire un processo di deflazione è l’oro nero, è opportuno frenare gli entusiasmi e munirsi di un atteggiamento lungimirante per scorgere le implicazioni negative che la recessione porta con sé.

In soli sette mesi il prezzo del petrolio si è dimezzato, passando dai 115 dollari al barile del giugno 2014 ai 46 dollari al barile attuali. Si tratta di un brusco calo che non accenna a una battuta d’arresto, ma sembra, al contrario, degenerare progressivamente. L’andamento anomalo del costo della materia prima induce a non liquidare superficialmente il fenomeno, inglobandolo all’interno delle normali oscillazioni dei mercati energetici; esso impone, invece, un’accurata analisi dalle conclusioni tutt’altro che ovvie. Più che assumere un carattere transitorio la diminuzione del prezzo del petrolio rischia di presentarsi come un segnale di sconvolgimenti futuri a livello globale.

Le cause del calo

L’andamento dei prezzi del petrolio dipende, in gran parte, dai due fattori economici di base: domanda ed offerta.

Dal lato dell’offerta, si constata un aumento dovuto alla maggiore produzione mondiale di petrolio, fattore determinante del calo del prezzo. L’Arabia Saudita, primo Paese produttore ed esportatore al mondo, rischia di perdere il ruolo di padrone indiscusso del settore petrolifero, in quanto messa a dura prova dalla concorrenza di rivali sempre più forti tra i quali, in particolare, Stati Uniti e Russia. La tecnica del fracking, praticata mediante la trivellazione di rocce contenenti idrocarburi, consente, infatti, agli Stati Uniti di estrarre dalle sabbie bituminose del North Dakota e del Texas una maggiore quantità di petrolio, lo shale oil, quantità che determina una produzione petrolifera attuale pari a 8,5 milioni di barili al giorno. Intanto, in Russia si registrano  livelli di produzione del petrolio sconosciuti dal 1987 e corrispondenti a 11,48 milioni di barili al giorno.

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Dal lato della domanda, accade esattamente il contrario, dal momento che si registra una riduzione generale del consumo di petrolio. In Cina, uno dei maggiori Paesi importatori e consumatori di petrolio al mondo, la domanda di greggio è scesa, nel 2014, del 2,3%, invece di crescere sensibilmente, come previsto dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). In Europa, a incidere sulla riduzione di consumo del petrolio è la crisi economica, insieme alla debolezza dell’euro che rende il petrolio più costoso per gli europei. Il risultato è che il consumo di petrolio medio europeo, che era, nel 2009, di 15,3 milioni di barili al giorno, è sceso, nel 2013, a 14,3 milioni di barili al giorno, per poi continuare in ribasso fino ad oggi.

Le conseguenze positive e negative, che si verificheranno a breve e a lungo termine, dipenderanno, in prima istanza, dalla decisione presa dall’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) all’incontro del 27 novembre: i 12 Paesi membri dell’Organizzazione, tra i quali Arabia Saudita, Iran e Venezuela, produttori del 40% del petrolio in circolazione, hanno stabilito di non effettuare il taglio della produzione che avrebbe favorito la diminuzione dell’eccedenza di petrolio e, dunque, il rialzo dei prezzi.

Gli effetti positivi a breve termine

Lasciare le cose come stanno implica che, nei prossimi mesi, i beni collegati alla produzione del greggio, tenderanno a diventare più a buon mercato.  Chi non renderà finalmente felice la diminuzione del costo della benzina e dell’elettricità? Di conseguenza, sarà possibile assistere a cambiamenti positivi nei meccanismi che regolano la produzione, non direttamente collegati al petrolio. Il calo della bolletta energetica, per fare un esempio, potrebbe comportare, all’interno di una fabbrica, la riduzione dei costi di produzione di merci fabbricate da macchinari a consumo energetico, ma anche la diminuzione del consumo di gas per il riscaldamento dei locali e, perché no, il minor costo della benzina per il trasporto delle merci. Il produttore potrebbe, dunque, decidere di diminuire il prezzo delle merci, regolandolo in base ai più competitivi costi di produzione.

Tutto questo fa pensare alla possibilità che si verifichi una lieve ripresa economica dei Paesi importatori di petrolio, grazie a un sensibile aumento del Pil. In nazioni, come l’Italia, in preda al collasso economico, la deflazione da costi potrebbe, così, compensare la precedente deflazione da carenza di domanda (indice, appunto, di mancanza di disponibilità economica), aumentando nuovamente il potere d’acquisto.

Equilibrio globale a rischio

Basta non fermarsi alle apparenze e guardare  un po’ più lontano per rendersi conto delle conseguenze negative, ben più incisive, che, a lungo termine, il crollo del prezzo del petrolio può scatenare a livello mondiale. Si tratta di una sorta di effetto a catena, con ricadute di carattere geopolitico, sul quale è opportuno indagare a partire dai motivi che hanno spinto l’Arabia Saudita a non incoraggiare il costo dell’oro nero.

Un altro meccanismo economico stabilisce che quando la disponibilità supera la domanda la concorrenza tra i venditori si fa più spietata e, in questo caso, a contendersi il primato della produzione petrolifera sono, soprattutto, Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia. Alla luce di ciò, la mossa dell’Arabia Saudita va interpretata in funzione anti-statunitense, come una strategia per battere la concorrenza, lasciando che col tempo gli importatori di petrolio favoriscano il fallimento dell’ormai troppo costoso shale oil, rivolgendosi ai produttori di greggio più a buon mercato. Gli americani non potranno tener testa a lungo ai continui ribassi dei rivali economici.

In secondo luogo, la decisione dell’OPEC può essere vista come il frutto di malumori interni al mondo arabo: l’Arabia Saudita avrebbe agito, in tal senso, contro alcuni Paesi del Medio Oriente, in particolare l’Iran, per favorire l’indebolimento economico di zone già dilaniate da guerre e dunque suscettibili di cadere nel baratro più facilmente.

D’altronde, è facile immaginare come, in Paesi già deboli in altri ambiti, o che fondano la propria economia esclusivamente sul petrolio, come la Nigeria, la Libia e il Venezuela, una crisi nella produzione petrolifera possa mettere a repentaglio l’intero sistema: tagli di sussidi, spese statali e tutte le misure di emergenza che verrebbero applicate andrebbero a fomentare disordini sociali già in atto. Zone del Medio Oriente, dell’Africa e dell’America latina diventerebbero focolai di violenza, in cui verrebbero alimentati frammentazione e impatto nazionale dei gruppi estremisti.

Infine, ci pensa la Russia a completare il quadro: petrolio e gas sono il fulcro dell’economia di un Paese che se indebolito può diventare pericoloso. Il Cremlino sarà pùi propenso ad azioni di forza verso l’esterno per mantenere alta la coesione interna. D’altronde, la politica estera di Putin è già orientata all’innesco di reazioni a parte dei Paesi europei; si potrebbe ampliare il fronte della guerra, attualmente limitato all’Ucraina, anche perchè l’indebolimento della Russia è nell’interesse degli Stati Uniti.

Risultano così evidenti le ricadute di carattere geopolitico, che rischiano di alterare completamente gli equilibri internazionali.

L’egemonia economica è il presupposto per l’ottenimento dell’egemonia politica di un Paese e quando si tratta di diventare ricchi o cadere in povertà, annullando l’influenza economica e politica di alcuni Paesi sul resto del mondo, a causa del petrolio, le prospettive diventano inquietanti. Lo dimostra quanto è già accaduto negli anni ottanta con il ribasso dei prezzi del petrolio, Oil Glut, che contribuì non poco al collasso proprio dell’Unione Sovietica.

L’Italia ci perde o ci guadagna?

In questo scenario si colloca anche l‘Italia che, in qualità di Paese importatore di petrolio, dovrebbe risentire  positivamente del crollo del prezzo; in realtà, avviene esattamente il contrario. L’Italia non ci guadagna: il costo della benzina, infatti, (ciò che preme maggiormente ai consumatori) è, nel nostro Paese, paradossalmente indifferente al petrolio. I prezzi al consumo non sono più correlati a quelli delle materie prime a causa delle accise che, in tempi di crisi, tendono ad aumentare. Nel caso della benzina, per esempio, la crisi ha spinto verso l’alto i prezzi di raffinazione in modo tale che, negli ultimi cinque anni, il costo industriale è aumentato del 46%, da 0,47 a 0,68 euro al litro. Gli effetti solo apparentemente positivi, menzionati precedentemente, si volatilizzano, così, all’istante. A fare da garante della ripresa economica del nostro Paese non sarà, certamente, il crollo del prezzo del petrolio.

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