Qualcuno volò sul nido del cuculo, per una stagione da pazzi al Bellini

Ott 24 • CulturaNessun commento su Qualcuno volò sul nido del cuculo, per una stagione da pazzi al Bellini

Lo spettacolo diretto da Alessandro Gassmann apre la stagione 2015/16, con i pazzi di Qualcuno volò sul nido del cuculo nel teatro napoletano.

La stagione teatrale 2015/16 A te, Altroché del Teatro Bellini di Napoli non poteva iniziare meglio, con la messa in scena di Qualcuno volò sul nido del cuculo, lo spettacolo riadattato e diretto da Alessandro Gassmann, nella rielaborazione di Maurizio de Giovanni e la traduzione di Giovanni Lombardo Radice, della celebre storia scritta da Ken Kesey del 1962, resa uno spettacolo teatrale da Dale Wasserman e un celebre film da Miloš Forman.

Dagli Stati Uniti ad Aversa

L’adattamento ideato da Gassmann e de Giovanni, che inizia una lunga tournée italiana, era già stato un successo al Bellini nella scorsa stagione. Dimenticatevi Randle McMurphy, che nel film di Forman era interpretato da un grande Jack Nicholson, premiato poi con l’Oscar e dimenticatevi l’America. Siamo nel 1982, nell’Ospedale psichiatrico di Aversa, Randle non c’è, ma diventa Dario Danise, interpretato da un convincente Daniele Russo, delinquente napoletano, che per sfuggire al carcere si finge pazzo e per andare in manicomio che di nuovo in galera.

Quell’ospedale psichiatrico dominato dal rigore e dalle regole dalla temibile Suor Lucia, interpretata da Elisabetta Valgoi e popolato da un mondo di personaggi da un lato strambi e divertenti, dall’altro problematici, vulnerabili e  passivi, pieni di quel senso di inadeguatezza per la realtà dei “normali” e per quel quel mondo, che li ha esclusi e li ha portati a internarsi, tra sensi di colpa e irrisione, sotto l’ala protettiva, ma soprattutto repressiva della dura Suor Lucia, a cui il dottor Graziano Festa, interpretato da Giulio Federico Janni, non riesce a porre freno.

I personaggi sono vivi, tutti vicini allo spettatore e a cui ci si affeziona, in un ambiente che, grazie alle musiche dirette da Pivio e Aldo De Scalzi e al riuscito adattamento di Maurizio de Giovanni, riesce  a trasporre una storia tutta americana, nella realtà italiana.

Qualcuno volò sul nido del cuculo è una storia fatta, nella sua originaria e meravigliosa fattura, di country e baseball, di slang e memorie degli anni Cinquanta, di veterani e polverose province americane. Un vestito esotico e profumato, che tuttavia non è il nostro. Io ho provato a trasportarne gli elementi primari in un tempo e in uno spazio più vicini, per vedere se anche in un luogo disperato e terribile come un ospedale psichiatrico della nostra tormentata Campania e in un tempo di urla e silenzi come i primi anni Ottanta potevano sopravvivere le amicizie, i rancori e le tenerezze di questa meravigliosa e delicatissima storia.

Una credibile pazzia

Dispiace abbandonare i “pazzi” di Gassman e De Giovanni alla chiusura del sipario. Personaggi che risultano tutti molto credibili e ben interpretati da un cast affiatato. C’è Muzio Di Marco, il ricco napoletano interpretato da Mauro Marino, che si nasconde dalla sua diversità e dall’avvenenza della moglie; ci sono Giacomo Buganè e Adriano Bernardi, rispettivamente interpretati da Marco Cavicchioli e Giacomo Rosselli, il primo affetto da disturbi del desiderio sessuale e l’altro caratterizzato da sindrome di doppia personalità; c’è l’artista immaginario Manfredi delle Donne, interpretato da Alfredo Angelici e il giovane Fulvio Calabrese, interpretato da Daniele Marino, ragazzo succube della madre e divorato dal senso di colpa e che riesce a scoprire sensazioni inesplorate, grazie a Dario e alla complicità della prostituta Titty Love, interpretata da Giulia Merelli, nel doppio ruolo anche dell’infermiera Spina; c’è il “gigante” Ramon Machado, interpretato da Gilberto Gliozzi, che ricorda John Coffey de Il miglio verde, che dopo una lobotomia si finge sordomuto per proteggersi, ma che con l’aiuto e il sacrificio di Dario riesce a conquistarsi la libertà. Poi, ci sono i due assistenti Lorusso ed Esposito, interpretati da Antimo Casertano e Gabriele Granito, che rappresentano gli strumenti di Suor Lucia per imporre le regole.

In questo ambiente si inserisce l’animo anarchico di Dario, il Randle in salsa napoletana, che capisce lo stato di segregazione e repressione a cui sono sottoposti i suoi compagni, con cui stringerà un rapporto sincero, forse il primo della sua vita, fino a sacrificarsi per loro.

Uno spettacolo intenso, divertente, duro, reso in maniera molto efficace sia dal cast di attori, sia dalla scenografia, con lo schermo a proiezione a mostrare scene che vanno al di là della trasposizione teatrale.

Una storia di malattia e di repressione, che punta alla redenzione e alla liberazione, ma che mira anche a denunciare un sistema repressivo più finalizzato a nascondere e a reprimere personaggi deboli e inerti, che a recuperarli. Lo spettacolo esprime la volontà di mettere in scena uno spaccato di questa realtà, che era proprio nella volontà dello stesso Gassmann.

La malattia, la diversità, la coercizione, la privazione della libertà sono temi che da sempre mi coinvolgono e che amo portare in scena con i miei spettacoli. Dario è un ribelle anticonformista che comprende subito la condizione alla quale sono sottoposti i suoi compagni di ospedale, creature vulnerabili, passive e inerti. Un testo che una lezione d’impegno civile, uno spietato atto di accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all’interno dei manicomi, ma anche una straordinaria metafora sul rapporto tra individuo e Potere costituito, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell’uomo da parte di altri uomini. Un grido di denuncia che scuote le coscienze e che fa riflettere.

Qualcuno volò sul nido del cuculo riesce a svolgere il suo compito in pieno, si ride, ci si arrabbia, ci si dispiace, si pensa e ci si emoziona. Emozioni diverse e contrastanti, in un mondo di sani e di pazzi, che è lo specchio della vita reale, fatta di indifferenza e di incomprensione, di debolezza e di ostentazione di forza, di regole volte a creare barriere.

Manicomio come metafora della vita reale.

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