Femminicidio: Deborah Riccelli dà voce alle vittime di violenza

Giu 16 • CulturaNessun commento su Femminicidio: Deborah Riccelli dà voce alle vittime di violenza

Intervista a Deborah Riccielli, autrice di Nessuno mai potrà + udire la mia voce, storia di Francesca simbolo di tante donne vittime di femminicidio.

Quando si parla di violenza sulle donne si fa spesso l’errore di trattare il fenomeno staccato dalla realtà, come se appartenesse solo a determinati contesti sociali o a particolari relazioni. Invece, rappresenta una vera e propria questione culturale, collegata a quella forma di discriminazione di genere che abbiamo già trattato su contrordine.

Come fotografato dall’Istat nella seconda edizione dell’indagine multiscopo sulla “Sicurezza delle donne”, finanziata dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la violenza contro le donne è ancora un fenomeno ampio e diffuso. Infatti, circa 6 milioni e 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri. Negli ultimi anni emergono importanti segnali di miglioramento: infatti, negli ultimi cinque anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%, rispetto ai dati precedenti il 2006. Ciò è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza.

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Su questo tema, le attività di sensibilizzazione e di presenza sul territorio sono fondamentali.

 Deborah Riccelli

Deborah Riccelli, scrittrice e fondatrice dell’associazione Oltresilenzio Onlus Centro Antiviolenza – Genova, opera proprio in questo senso, occupandosi non solo delle vittime che hanno subito violenza, ma anche del supporto psicologico e legale delle loro famiglie.

Con il libro Nessuno potrà + udire la mia voce (Nuova editrice Palomar), la sua prima opera, ha convogliato nella storia, vissuta in prima persona dalla protagonista Francesca vittima del suo ex fidanzato, tutte quelle che sono le emozioni di anni di attività di supporto.

Il caso di Francesca è quello di centinaia di donne, vittime sprofondate nel dimenticatoio e nel silenzio e per questo uccise due volte. Idealmente, il racconto si intreccia con la realtà e la vita di una ragazza a cui è dedicato il libro: Veronica Abbate, la giovane donna di Mondragone (CE) che fu uccisa dall’ex fidanzato Mario Beatrice nel settembre del 2006. Da quel giorno le storie di Deborah e della madre “coraggio” di Veronica, Clementina Ianniello, si sono incrociate e legate.

La famiglia Abbate dopo il dolore ha deciso di combattere, per fare in modo che il sacrificio di Veronica non andasse perso e per evitare, quando possibile, altri casi simili. È stata creata quindi lAssociazione V.E.R.I. e la Casa di VERI che ospita donne vittime di violenza e in pericolo. La forza e il coraggio di Clementina Ianniello e di tutta la sua famiglia, sono diventate ormai un punto fermo nella comunità locale di Mondragone e Sessa Aurunca.

Il legame tra l’autrice e l’esperienza della famiglia Abbate ha fatto sì che Deborah Riccelli decidesse di devolvere tutti i diritti d’autore del libro, dell’ edizione 2014, all’associazione V.E.R.I.

associazione veri

Abbiamo deciso quindi di fare alcune domande a Deborah Riccelli sul libro e sulla sua esperienza in questa battaglia culturale.

Come nasce l’idea di scrivere una storia di violenza come quella di “Nessuno mai potrà + udire la mia voce” e decidere di far parlare proprio Francesca per farle testimoniare in prima persona il dramma della morte?

Io, nonostante l’epilogo finale, non la definirei una “storia di violenza”, ma bensì una storia quasi normale che molti vivono senza rendersi conto. Gli eccessi, le sottilissime violenze psicologiche che ci portano a sottostare a dei comportamenti ossessivi e possessivi, pian piano quasi senza accorgercene ci viene tolta la libertà di scegliere. La violenza c’è anche quando non si tramuta in atti fisici. Francesca rivive vari attimi della sua vita tra il rimpianto di ciò che è stato e di ciò che non potrà mai più essere perché il suo ex fidanzato non accetta che lei viva la sua nuova storia d’amore. Volevo che tutti potessero riconoscere in Francesca una persona che hanno incontrato. La classica ragazza della porta accanto e non una persona “a rischio”.

La narrazione nel libro è in prima persona, riesci a esprimere in maniera molto forte le sensazioni che si vivono in quei momenti e a sfuggire ai possibili stereotipi. Come ci si immedesima in Francesca?

Questa domanda la interpreto come un bellissimo complimento, quindi, per prima cosa ti ringrazio. Credo con la mia, non sempre piacevole, “sensibilità”. Provo sempre molto dolore ogni volta che trovano il corpo di una donna uccisa e non mi sono mai soffermata sul carnefice. Ho sempre pensato che la violenza su quelle ragazze non finisce nel momento in cui vengono uccise e neppure quando si ritrova il corpo. Ho sempre pensato alla loro vergogna nel trovarsi nude e impotenti sotto tante mani che devono scoprire dei “ perché” che serviranno esclusivamente  a fornire delle attenuanti al colpevole. Quei  “perché” a tutte loro non serviranno più perché per  loro è troppo tardi.

cover libro

L’argomento diventa sempre più dibattito da talk show.

Infatti, il titolo del libro deriva proprio dalla voglia di ridare voce a tutte quelle ragazze attraverso le parole di Francesca, perché ho sempre immaginato la loro rabbia mentre. in tv o per strada, la gente comune  si apprestava ad esibire la loro conoscenza criminologica: In quei processi mediatici si tende a pensare con la testa delle vittime, a parlare di gesti mai compiuti dalle vittime e a interpretare parole mai dette. Oppure in televisione, quella esperta di dolore, in cui pseudo professionisti, opinionisti e gente comune litigano e discutono tra di loro, come fossero in agguato di un fantomatico premio per il ritrovamento del colpevole. Purtroppo questo non è un gioco, ma è storia di vita per chi resta e di morte per chi non c’è più. Lo fanno tutti.  Si sentono liberi di giudicare e di dire la loro, mentre le protagoniste, uniche depositarie della verità, non potranno più parlare.

Francesca è il simbolo di tante donne che hanno subito violenza, in particolare, tu lo dedichi a Veronica Abbate. In che momento tu e Veronica vi siete “incontrati”?

Quando scrissi la prima edizione del racconto nel 2009, mi occupavo già da molto tempo di violenza sulle donne, ero responsabile dell’ufficio stampa ed Eventi di un Centro Antiviolenza a Genova. Qui seguivo anche i colloqui con le vittime, ma non avrei mai pensato di raccontare una delle storie ascoltate. Non volevo scrivere una classica storia di violenza o di maltrattamenti, ma una storia diversa, fatta di dolore e di  emozioni, oltre che delle vittime, anche delle famiglie che subiscono il lutto. Veronica è entrata nella mia vita per puro caso e i suoi occhi (tra quelli che appaiono nella copertina del libro nda) mi hanno accompagnata nel viaggio senza abbandonarmi mai.

Come hai conosciuto la storia di Veronica Abbate?

Per caso, un giorno alla televisione vidi la sorella di Veronica, Ylenia, ospite di un programma televisivo raccontare che per loro il Natale non sarebbe stato più lo stesso: «nella mia famiglia non sarà mai più Natale perché mia sorella non c’è più», diceva. In quelle poche parole ho visualizzato lo sgretolarsi di una famiglia e ho immaginato cosa sarebbe successo se fosse capitato alla mia famiglia e a me. In quel momento è nata Francesca, lei  ci racconta la sua vita “normale”, le sue gioie e  i dolori. Francesca ci fa entrare nel suo mondo e nel mondo della sua famiglia che, da un momento all’altro, smette di vivere, proprio come lei.

Da quel momento sono iniziati i tuoi rapporti con la famiglia Abbate, l’Associazione V.E.R.I. e la Casa di VERI.

logo associazione Veri

Dal giorno della frase di Ylenia, il  pensiero di Veronica non mi ha mai più abbandonato e, ogni volta che mi trovo davanti una ragazza che mi chiede aiuto, vedo i suoi occhi. Concretamente ho avuto il piacere di abbracciare Tina (Clementina Ianniello nda) il 5 marzo 2009, quando è venuta a Genova per la prima presentazione del  racconto. Da allora, credo, di essere  entrata a far parte di questa meravigliosa famiglia che, come scrivo alla fine del libro, ha accolto me e “Francesca” come se fossimo sempre state lì. Tina farebbe qualsiasi cosa per salvare le donne in difficoltà e impedire che altre madri debbano sopportare ciò che lei è stata obbligata a vivere dal settembre 2006. Per mia esperienza personale ho seguito molte madri e nessuna ha reagito in questo modo. Molte si sono chiuse in loro stesse  (reazione non discutibile) e nel loro immenso dolore. Clementina Ianniello no; lei  è una combattente. Le hanno tolto ciò che aveva di più caro  e lei ha deciso di non farsi fagocitare dal dolore. Ha deciso di  usare questo dolore trasformandolo  in coraggio e forza per sopravvivere. Il dolore di questa famiglia, metaforicamente, ha deposto la base sulla quale è nata la casa di VERI. Io sono con loro e farei qualsiasi cosa per aiutarli.

Come si affronta la sensibilità  di una donna sopravvissuta alla violenza subìta?

Il percorso di una donna vittima di violenza è molto lungo e delicato. Lo si affronta con una lunga  preparazione tecnica  specifica  per  trattare proprio questi  casi. Lo si affronta con il “non giudizio” e si aiuta la donna in questione ad un primo percorso che è,  a parer mio,  assolutamente necessario:  il percorso della consapevolezza.

Nella  prefazione della dottoressa Margherita Carlini si dice che questa è “la storia di una ragazza che un giorno incontra un ragazzo speciale che la riempie di attenzioni, la fa sentire unica al mondo, la vuole sempre tutta per sé”. Cosa trasforma tutto questo in un inferno di violenza?

La storia di Francesca è la storia di tante. Francesca ci racconta come si è lasciata prima lusingare e poi  imprigionare in quel rapporto soffocante , ci racconta in che modo scusava il suo innamorato prima di se stessa e di come accettava la possessività come se fosse una prova d’amore, sottovalutando il rischio di un rapporto così esclusivo. Francesca mette fine a quel rapporto ma poi, molto ingenuamente e con assoluta fiducia, va incontro alla sua morte. Non credo che le storie si trasformino in “inferni” di violenza,  ma bensì sono convinta che esistono delle  caratteristiche specifiche che si perpetuano nei rapporti sbagliati, fortunatamente, non tutti  hanno questo tragico epilogo.

Nel libro citi lo slogan “Le famiglie hanno fame di giustizia”, per tutte quelle condanne fin troppo deboli, in rapporto al dolore e alla distruzione portati all’interno di famiglie distrutte, che invece non troveranno più pace.

Con l’attività della fondazione Oltreilsilenzio onlus, ci occupiamo di tutti i tipi di violenza, soprattutto, dei diritti e dell’assistenza psicologica e legale delle famiglie delle vittime di femminicidio. Queste famiglie, dopo la prima sovraesposizione mediatica, vengono totalmente abbandonate. Ci si preoccupa del recupero dei carnefici e basta. Non è giusto. Come non è giusto che in un paese civile non esistano pene certe. Io credo che una pena certa non possa riportare a casa le ragazze ma, sicuramente, donerebbe un minimo di pace a questi genitori terrorizzati dall’idea di ritrovarsi davanti, dopo poco tempo, l’uomo che ha messo  fine alla vita della loro figlia e conseguentemente alla loro. Sarebbe anche un deterrente. Direi che, per i casi di omicidio, non dovrebbero esistere né il rito abbreviato, né gli sconti di pena. In Italia l’ergastolo lo hanno esclusivamente le famiglie delle vittime.

Cosa ti senti di dire a tutte quelle donne che vivono situazioni difficili senza avere il coraggio di denunciare?

Dico loro che nonostante la sfiducia che hanno nella “giustizia”, devono comunque fare il passo della denuncia. Ma non devono farlo da sole, perché esistono molti centri che possono dare loro un aiuto per avviarle in un percorso post-denuncia, delicato e seguito da esperti. Bisogna che trovino il coraggio di amare loro stesse e di farsi aiutare, solo in questo modo riusciranno a salvarsi.

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Chi volesse acquistare il tuo libro dove può trovarlo? È distribuito regolarmente in libreria o si può ordinare a te direttamente?

Il libro, per ora,  è dispobibile in alcune librerie ed è ordinabile sulla mia pagina Facebook  “Deborah Riccelli autrice”. Basta contattarmi in modo che io possa dire dove trovarlo o farlo recapitare a chi è interessato.

La battaglia di Deborah è quella di tante donne in prima linea. È quella di Clementina Ianniello e della propria famiglia, che ogni giorno vivono quel dolore. Realtà e  storie che si intrecciano. Sono decine, centinaia, ogni anno in Italia. Alcune di queste vengono raccontate, altre invece solo ascoltate. Buona parte resta sottaciuta tra quattro mura di dolore, occultate dal silenzio e dalla paura. Per ritornare a vivere è necessario che quel silenzio venga rotto, per continuare a vivere è necessario che quella vittima si senta tutelata da leggi e da un sistema che troppo spesso maltrattano quella richiesta di giustizia, con pene e trattamenti insufficienti. Affinché ci sia reale certezza del diritto in Italia è necessario intervenire in maniera decisa, prima che avvenga ancora l’irreparabile, che si renda vana la lotta con l’ennesima vittima che si poteva evitare. Prima che si crei ancora un dolore così grande, tale che, nessuna “giustizia” potrà mai ripagare.

 

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