Vertenza Almaviva, quello che non si dice sull’accordo

Giu 2 • AttualitàNessun commento su Vertenza Almaviva, quello che non si dice sull’accordo

Le condizioni contrattuali accettate hanno scongiurato i tremila licenziamenti, ma il rischio è quello di aver dato il via a una fase ancora più precaria, con la certificazione ufficiale della crisi solo rimandata, su basi che i lavoratori avevano già rigettato nel referendum aziendale.

La vertenza Almaviva si è conclusa nella notte tra lunedì e martedì con l’accordo in sede del Ministero dello Sviluppo Economico. La trattativa durata un’intera notte, è giunta alla fine dopo mesi di protesta da parte dei lavoratori che, tra scioperi, tensioni e mobilitazioni, hanno lottato contro la procedura di mobilità per tremila risorse, dichiarata per le sedi di Roma, Napoli e Palermo.

Abbiamo già trattato della vertenza Almavivae delle problematiche che affliggono da tempo il settore dei callcenter in Italia, ormai sempre più nel baratro, tra aste assegnate al massimo ribasso che favoriscono quelle aziende che puntano sulle delocalizzazioni e sulla svendita del lavoro in Italia.

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La soluzione della vertenza

tavolo Bellanova

 

Ad annunciare in toni trionfanti e festosi è stato il Viceministro Teresa Bellanova, che su Facebook ha mostrato tutta la soddisfazione per l’accordo raggiunto e il mantenimento delle promesse fatte poco dopo la conclusione della trattativa.

[Quote] Avevamo detto che non avremmo lasciato soli quei 3000 lavoratori, per i quali l’azienda aveva avviato la procedura di licenziamento. Con l’accordo firmato oggi, quella procedura è revocata. [/quote]

La stessa soddisfazione è stata espressa anche dal primo ministro Matteo Renzi, che non ha perso tempo nel considerare l’esito della vertenza come un obiettivo raggiunto del suo governo e come una promessa mantenuta.

Cosa prevede l’accordo

Vediamo su cosa hanno trovato l’accordo i vertici aziendali e sindacati, con la mediazione del Viceministro, dopo che per mesi la dirigenza di Almaviva aveva dichiarato la situazione dei tre centri coinvolti insostenibile e ormai irreversibile, “affetti” da problematiche strutturali e buchi di marginalità, non più recuperabili attraverso ammortizzatori temporanei.

Dal testo dell’accordo si legge in sostanza che l’accordo prevede un ritorno del Contratto di Solidarietà per sei mesi, con percentuali leggermente differenti sui tre centri impattati dalla crisi (45% su Roma, 45% su Palermo e 35% su Napoli). Al termine del periodo di solidarietà, è prevista l’adozione un ulteriore ammortizzatore in deroga come la Cigs (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria), assicurata per dodici mesi in continuità automatica. Inoltre si prevede che nel periodo di Cassa integrazione straordinaria le percentuali applicate si ridurranno progressivamente ogni trimestre almeno del 5%, così arrivare a una percentuale non superiore al 20%. Una misura che i sindacati hanno considerato fondamentale e decisiva per la chiusura dell’accordo, perché dimostrerebbe la volontà dell’azienda a investire nei siti.

Il dato di riduzione trimestrale della Cigs è stato fondamentale per la positiva conclusione dell’incontro, perché dimostra l’intenzione dell’azienda di investire sui siti in crisi attraverso un aumento dei volumi che possano saturare gli esuberi e rilanciare l’occupazione e il mercato dell’intera Almaviva. Si tratta di un impegno a capovolgere il meccanismo adottato fino ad oggi e dare prospettive alle lavoratrici e ai lavoratori e all’azienda.

L’impegno del Governo

Il Governo si è impegnato con i due Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro a porsi come garante dell’accordo e a programmare un continuo tavolo di confronto a cadenza mensile per monitorare costantemente sviluppi della vertenza. Il Vice Ministro Bellanova ha confermato la sua intenzione di voler mettere in atto tutte le iniziative necessarie a rilanciare e consolidare l’intero settore dei customer care.

L’azienda

L’accordo concluso alla presenza dell’Amministratore delegato di Almaviva Andrea Antonelli, dovrà essere approvato dal Consiglio di Amministrazione. Almaviva non si è ancora espressa ufficialmente, però può considerare il riscontro e la conferma della crisi che ora è certificata nero su bianco dai verbali firmati, come un ottimo passo avanti. Infatti, la certificazione scritta della crisi è importante per i futuri risvolti della vertenza, mentre il prefigurare gli ammortizzatori solo sui tre centri “incriminati”, condizione importante perché così la solidarietà oltre che la Cigs verranno applicate solo sui tre centri e non su tutte le sedi della divisione contact di Almvaviva, così come aveva sempre voluto l’azienda e che era una delle condizioni più contestate nelle precedenti settimane anche dai sindacati. Oltre agli ennesimi ammortizzatori sociali, Almaviva ottiene dei corsi di formazione finanziati con soldi pubblici,  oltre che una maggiore flessibilità nella gestione degli istituti, proprio in vista del periodo caldo per le aziende in outsourcing, quando i callcenter delle committenze dovranno affrontare i piani ferie e si troveranno quindi con l’esigenza di trasferire più chiamate verso aziende come Almaviva.

E i lavoratori?

Sono tanti i punti oscuri e gli interrogativi che minano e turbano il futuro dei lavoratori, rimasti scontenti dall’esito della vertenza,sSebbene questo accordo sia considerato da chi vive dall’esterno la realtà aziendale, come una svolta positiva per la vertenza Almaviva, con la speranza di contribuire a riportare trasparenza nel mercato del settore e consolidarlo. Infatti, quelli che si definiscono con tono disilluso come “esuberi ormai certificati” non sono rimasti contenti dalla firma ed esprimono tutta la delusione dell’accordo raggiunto.

“L’accordo non risolve nulla, non salva nessuno, ma per l’ennesima volta rimanda.I lavoratori continueranno in quello stato di invivibile di precarietà fatta di flessibilità e terrorismo aziendale ad horas, con prospettive lavorative pari a zero e nella speranza che i tavoli governativi riescano a salvare un settore in crisi irreversibile. Si parla di irreversibilità, perché fino a quando le leggi attuali non si fanno rispettare, come l’articolo 24 bis che prevede l’obbligo per gli operatori di permettere una scelta da parte dell’utente, a partire dalla provenienza del assistente con cui parlare e fino a quando non verranno fatte rispettare quelle leggi che puniscono le aste al massimo ribasso e  non verranno coinvolti nella discussione quegli operatori commitenti che continuano a inviare chiamate all’estero preferendo il lavoro malpagato e per nulla garantito e protetto, non si troverà una soluzione seria al problema. Ora siamo tutti esposti al terrorismo aziendale che in questi giorni stiamo già vivendo.”
Se la speranza era che l’accordo potesse contribuire a rassenerare l’ambiente in Almaviva, il corso successivo degli eventi sta smentendo tali aspettative. Molti lavoratori stanno denunciando in questi giorni pratiche scorrette da parte dell’azienda, quasi assimilabili al mobbing, come la improvvisa imposizione di ferie o permessi, l’applicazione selvaggia e senza il dovuto preavviso della “solidarietà” e una gestione che definita sconsiderata, soprattutto visto lo stato d’animo dei lavoratori stanchi dopo settimane di protesta e sfiducia. In questi in questi giorni la situazione non certo tranquilla ha persino portato all’intervento delle forze dell’ordine fuori la sede di Napoli, a causa della protesta di molti lavoratori che nel recarsi normalmente a lavoro, si sono visti sbarrare l’accesso all’azienda dal personale di sicurezza, perché la gestione operativa aziendale aveva imposto ferie in maniera unilaterale.
Polizia in azienda
Proprio alcuni di loro ci raccontano di questi giorni post-accordo, definendoli stressanti e intolleranti per l’intera durata della Cigs.

“Grazie a questo accordo peggiore di quello rifiutato nei referendum si è certificato anche un peggioramento delle nostre condizioni lavorative e ci espone a questi comportamenti aziendali unilaterali e discutibili. Non mi pagano la reperibilità e non sono tenuto a visualizzare ogni minuto la pagina degli orari di lavoro dell’azienda, come possono permettersi di mettermi ferie e permessi o impormi la solidarietà senza preavviso o con l’avviso di un solo messaggio che non sono tenuto  a vedere, mentre la legge parla di telegramma e comunicazione ufficiale, che qui in azienda non sanno neanche cosa sia. Tutto questo è frutto di un accordo a cui avevamo detto no, una proposta che puntava a incentrare gli esuberi solo su Roma Palermo e Napoli e in piccola parte negli altri centri, oggi invece, ci ritroviamo con un accordo imposto anche peggiore, visto che sono sparite le percentuali di solidarietà negli altri centri, mentre permetta all’azienda di fare quello che vuole, imponendoci ferie, permessi, giornate o ore di solidarietà anche senza preavviso. Siamo esposti continuamente a un continuo mobbing aziendale che forse punta a farci andare via. Possiamo mai continuare così per diciotto mesi?”

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Quel no all’accordo di settimane fa che è stato riprosto in termini anche peggiori, ma che per i fautori della trattativa garantisce comunque una possibilità di trattare.

La domanda che molti si pongono è però, quella di quali speranze possono riporre i lavoratori in un’azienda del tutta insensibile allo stress accumulato in questi giorni e che si comporta il giorno dopo la chiusura dell’accordo in questo modo nei confronti di lavoratori che sono ormai stanchi di combattere per uno stipendio che è vicino alla soglia di sopravvivenza?

I punti critici di settore sono ancora lì sul tavolo, ma si continua a rimandare. Vedremo nei prossimi mesi come evolverà la situazione e come l’affronteranno i tavoli di settore, su cui tanta fiducia ripongono i sindacati. Tavoli che dovranno affrontare quelli che sono i problemi più importanti del settore, il rispetto e l’inasprimento delle regole per arginare le clausole al massimo ribasso nelle gare che, assegnando gli appalti sotto il costo del lavoro contrattuale e che creano una competizione malata minando la buona occupazione; l’applicazione seria dell’art 24 bis del Decreto Sviluppo 2012 che, dando ai cittadini la possibilità di scegliere da dove vogliono che arrivi la risposta alle proprie chiamate, può riportare in Italia una parte consistente del lavoro; applicazione della clausola sociale nel cambio di appalti nei call center, che è ormai legge dello Stato e regolata dall’accordo siglato tra Organizzazioni Sindacali e Asstel.

Tavoli di confronto a cui devono affidarsi anche i lavoratori e sperare che in  diciotto mesi qualcosa possa cambiare, oltre ogni pressione e terrorismo psicologico da parte dell’azienda, che dal canto suo dovrebbe ammorbidirsi e capire che l’inasprimento delle relazioni aziendali, in questi momenti delicati, non giova a nessuno.

Il timore dei lavoratori è molto chiaro, se qualcosa non cambierà, la problematica sarà sempre la stessa con la differenza che gli esuberi saranno certificati e i tre centri oggettivamente in crisi avranno tagli inevitabili. Diciotto mesi che sono molto distanti, ma sufficienti per far dimenticare il problema che con tanta difficoltà ha avuto risalto nei media, che hanno dedicato servizi, articoli e video, ma che con troppa leggerezza hanno chiuso la vertenza come un caso risolto.
In realtà il problema Almaviva è ancora aperto e i lavoratori dovranno affrontare questi mesi nel timore di finire nel dimenticatoio di attenzioni e titoli frutto di occhi superficiali, aperti soltanto in tempo di campagne elettorali, mentre sono esposti a difficili condizioni di convivenza aziendale.
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