Riforma del Senato, cosa cambia in Parlamento?

Gen 22 • AttualitàNessun commento su Riforma del Senato, cosa cambia in Parlamento?

A fare le spese della sfiducia nella politica è il Senato che cambia profondamente con la riforma del Senato, fortemente voluta dal Governo Renzi.

Quella di oggi è una “giornata storica”, il gesto di acconsentire con un voto a maggioranza assoluta, il superamento del Senato non ha eguali, non nella storia italiana, ma in quella della storia Ue. La storia politica italiana si occuperà di questa giornata e sarà gentile con voi. Il Paese vi deve una gratitudine istituzionale e vedremo il popolo con chi sta, se con chi scommette sui fallimenti o su chi scommette sul futuro.

A parlare è il premier Matteo Renzi in Senato, dopo l’approvazione del ddl Boschi sulle riforme costituzionali, con 180 sì, 112 no e 1 astenuto. Ora per la riforma del Senato si attende il passaggio alla Camera per l’approvazione definitiva, se al Senato è stato necessario il supporto dei “verdiniani”, alla  Camera i numeri del Governo sono tranquillizzanti e quindi non dovrebbero esserci problemi per il passaggio della riforma. La partita decisiva si giocherà poi con la campagna referendaria che dovrà confermare la riforma costituzionale con un referendum confermativo.

Come cambia il Parlamento

Insomma, con la riforma del Senato, cosa cambia? Si stabilisce la fine del bicameralismo perfetto sancito dalla costituzione, trasformando il senato in un’aula prettamente regionale. Il numero dei parlamentari è sostanzialmente ridotto, inoltre si prevede  la soppressione dell’anacronistico Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) e si completa la revisione del Titolo V con il ritorno alla competenza esclusiva dello stato di alcune materie come l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni.

Cosa significa bicameralismo imperfetto?

L’assetto istituzionale italiano attuale prevede che tutte le leggi, sia ordinarie sia costituzionali, debbano essere approvate da entrambe le camere, inoltre il Governo deve ottenere la fiducia  sia dai deputati che dai senatori. Con il bicameralismo imperfetto, invece, i cittadini si troveranno a eleggere soltanto i membri della Camera dei deputati, che diventa l’unica assemblea in grado di approvare le leggi ordinarie e di bilancio e ad accordare la fiducia o sfiducia al governo.

Senato regionale

La riforma trasforma il Senato in un organo rappresentativo delle autonomie regionali (prenderà il nome di Senato delle regioni) e sarà composto da 100 senatori non eletti direttamente dai cittadini, ma scelti dai consigli regionali. La nomina dei senatori avverrà con metodo proporzionale per i 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino Alto Adige che ne nominerà due) e i 74 consiglieri regionali (minimo due per regione in proporzione alla popolazione e ai voti ottenuti dai partiti) e resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali. A questi si aggiungono i cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica che rimarranno in carica sette anni. I senatori percepiranno solo lo stipendio da amministratori locali.

Quali funzioni avrà il Senato?

Il senato potrà esprimere pareri sui progetti di legge approvati dalla camera e proporre modifiche entro trenta giorni dall’approvazione della legge, ma la camera potrà anche non accogliere gli emendamenti. I senatori continueranno a partecipare anche all’elezione del presidente della repubblica, dei giudici del Consiglio superiore della magistratura e dei giudici della Corte costituzionale. Ma la funzione principale del senato sarà quella di esercitare una funzione di raccordo tra lo stato, le regioni e i comuni.

Cosa cambia per l’elezione del presidente della repubblica

L’elezione del presidente della Repubblica si terrà nelle camere in seduta comune e non parteciperanno più i delegati regionali. Per quanto riguarda i quorum, sarà necessaria la maggioranza dei due terzi fino al quarto scrutinio, poi basteranno i tre quinti. Solo dal nono scrutinio in poi basterà la maggioranza assoluta.

I Referendum abrogativi e leggi d’iniziativa popolare

Alcune modifiche sono state apportate anche al quorum dei referendum abrogativi, che resta sempre del 50 per cento degli aventi diritto se i cittadini firmatari sono cinquecento mila. Invece, se i cittadini firmatari raggiungono la quota di ottocento mila proponenti, il quorum sarà ridotto al 50 per cento dei votanti all’ultima tornata elettorale e non degli aventi diritto.  legge d’iniziativa popolare non saranno più sufficienti 50mila firme, ma ne serviranno 150mila.

Tutto cambia?

Una riforma che cambia in maniera profonda l’assetto istituzionale dell’Italia, introducendo un sostanziale sistema monocamerale che rafforza i poteri dell’esecutivo, riducendo quella funzione di contrappeso e di controllo del parlamento sull’esecutivo. Se sono ridotti i numeri dei senatori, la macchina amministrativa che muove il Senato resta identica e quindi la riduzione dei costi della politica non appare così eclatante. Ci si chiede, se sia corretto dal punto di vista istituzionale che un Governo, frutto di accordi tra partiti più che da un’investitura popolare, possa apportare modifiche così sostanziali alla struttura istituzionale del Paese senza aver vinto nessuna elezione e se Renzi, in ottica di future tornate elettorali, non stia sfruttando questa fase come enorme campagna elettorale, nel tempo di crisi di credibilità dei partiti e delle figure politiche degli ultimi anni, per imporsi come uomo del fare, facendo approvare riforme  anche discutibili, ma ogni costo, spinto dallo spirito di fare qualsiasi cosa, purchè si faccia, dando l’idea di un Governo nuovo, che sia in grado di cambiare il Paese, uscendo fuori dallo stato di immobilismo degli ultimi anni.

Vedremo quali frutti avrà portato la corsa allo slogan e alla campagna elettorale perenne, intanto non ci resta che attendere il voto alla camera e la successiva campagna referendaria che tasterà, come al solito, il polso della partecipazione democratica del Paese.

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