Riforma del lavoro, il PD si allinea a Renzi. Sì all’eliminazione dell’articolo 18

Set 30 • AttualitàNessun commento su Riforma del lavoro, il PD si allinea a Renzi. Sì all’eliminazione dell’articolo 18

jobs act

Il dibattito sulla riforma del lavoro e sull’articolo 18 divide la direzione del PD.

La riforma del lavoro e l’eliminazione dell’articolo 18 dividono ancora una volta il Partito Democratico: la riforma sul Jobs Act passa con 130 voti favorevoli, 11 astenuti e 20 contrari.

Il quadro generale del Partito Democratico ne esce completamente diviso, nonostante Matteo Renzi abbia invitato con toni più concilianti anche la minoranza a votare un documento comune.

La mediazione alla fine è saltata e il voto ha sancito la divisione profonda nel partito. Già Renzi aveva fatto capire di non voler ricercare mezze misure quando, nel chiedere una discussione seria al partito, si era detto indisponibile a ricercare il compromesso ad ogni costo:

Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi. Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta.

Le divisioni nel PD si erano già mostrate in aprile quando Renzi aveva presentato la riforma del mercato del lavoro che abbiamo analizzato qui.

La diatriba si è fatta più accesa a causa della proposta di sostituzione del meccanismo di reintegro previsto dall’articolo 18, con uno che prevede tutele crescenti a seconda dell’anzianità di servizio.

In cosa consiste l’articolo 18?

L’articolo 18 prevede  il reintegro del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento ritenuto illegittimo per le aziende con più di 15 dipendenti, ai datori di lavoro con meno di 15 dipendenti che occupano più di 15 dipendenti nello stesso comune, per le aziende con più di 60 dipendenti. Su richiesta del lavoratore è prevista, in sostituzione del reintegro, un’indennità di 15 mensilità. Mentre nel caso ci sia il reintegro è previsto un risarcimento danni nel periodo dal licenziamento al ritorno. Una riforma dell’articolo 18 è già stata fatta dal Governo Monti che ha differenziato i vari casi di reintegro ammissibili. Il reintegro dei dipendenti e il risarcimento del danno è esteso anche alle aziende con meno di 15 dipendenti e ai dirigenti ma solo per licenziamento discriminatorio. Per casi di licenziamento disciplinare ritenuti ingiusti si prevede il reintegro immediato con le indennità, mentre negli altri casi il datore di lavoro può essere condannato solo al pagamento di una indennità di 12-24 mensilità in base all’anzianità del lavoratore senza reintegro. Per i licenziamenti per motivi economici è previsto solo il risarcimento e non più il reintegro che può essere stabilito solo nel caso della manifesta insussistenza della motivazione. Il reintegro nei licenziamenti collettivi è previsto solo se sono violati i criteri di scelta previsti dalla contrattazione collettiva. La riforma Fornero ha poi inserito anche un rito speciale per le controversie in materia di licenziamenti ai quali si applica l’articolo 18.

Cosa cambia?

Con i contratti a tutela crescente ci sarebbe il superamento del reintegro previsto dall’articolo 18 e l’introduzione d’indennizzi di licenziamento proporzionali all’anzianità del lavoratore. Il reintegro resterebbe, invece, solo nel caso di licenziamento discriminatorio.

La riforma Jobs Act è presentata da  Renzi come la dimostrazione dello spirito riformatore del suo governo, investito a detta del premier dal voto europeo di maggio.

Riformare il diritto del lavoro è sacrosanto e a chi mi dice che eliminando l’articolo 18 togliamo un diritto costituzionale, rispondo che il diritto costituzionale non sta nell’articolo 18, ma nell’avere almeno un lavoro.  Se fosse l’art.18 il riferimento costituzionale allora perché per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più? Il lavoro non è un diritto in Italia, il lavoro è un dovere. L’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma in realtà è affondata sulla rendita di posizione. Il lavoro si crea innovando, non difendendo le regole di 44 anni fa. Dobbiamo avere il coraggio di andare all’attacco, di cambiare, sennò ci affideremo per sempre al predominio della tecnocrazia. Bisogna avviare una riforma dello statuto che estenda a tutti il welfare ed elimini contratti come i co.co.pro. Il sistema del reintegro va superato, certo però lasciandolo per discriminatorio e disciplinare. Quello che vi propongo è di cambiare. Questa riforma è di sinistra se la sinistra serve a difendere i lavoratori e non i totem; è di sinistra se serve a difendere il futuro e non il passato; è di sinistra se serve a difendere tutti e non qualcuno già garantito

Le reazioni

Renzi ha cercato fino alla fine di far approvare un documento comune che però non è stato accettato dalla minoranza del partito.  Ad essere criticato è soprattutto il metodo. Per Cuperlo, infatti, il segretario deve accettare la discussione interna e non comportarsi da “dominus” che non può esistere nel PD.

D’Alema, invece, invita il primo ministro alla cautela:

Non è vero che l’articolo 18 è un tabù da 44 anni, visto che è  stato cambiato due anni fa  e di fatto non esiste quasi più. Esiste una tutela residuale, bisognerebbe monitorare gli effetti della norma e poi intervenire su quella norma»

Tra gli oppositori c’è anche Bersani  che prima attacca il metodo Renzi dicendo «Andiamo nel baratro per il metodo Boffo. Qui se qualcuno vuole deve poter dire la sua senza problemi» e poi entra nel merito dell’articolo 18 definendolo un falso problema:

Secondo me in questa delega lavoro c’è un deficit di capacità riformatrice. Noi abbiamo fatto riforme hard, non mi si venga a dire che non abbiamo fatto niente. Non ci trema il polso, ma con questa riforma perdiamo un’occasione. Non si può raccontare che non ci sono occupati per colpa dell’articolo 18. Dobbiamo ricostruire una base produttiva.  Noi non andiamo nel baratro per l’articolo 18, ma per il metodo Boffo. Qui se qualcuno vuole deve poter dire la sua senza problemi

Renzi ha poi a sorpresa sfidato i sindacati in un confronto a palazzo Chigi, dopo che l’avevano accusato di “Tatcherismo” e  programmato uno sciopero generale per il 25 ottobre:

Sono pronto a confrontarmi con i sindacati a Palazzo Chigi. Li sfido su tre punti: una legge sulla rappresentanza sindacale, la contrattazione di secondo livello e il salario minimo.

La discussione sull’articolo 18 riempirà l’agenda politica dei prossimi giorni e si concretizzerà nel dibattito in Parlamento.

Tra accuse di difesa ideologica e “Tatcherismo” ci si chiede quanto l’eliminazione dell’articolo 18, ormai svuotato e poco utilizzato in concreto, possa rappresentare realmente il cambiamento tanto pubblicizzato da Renzi piuttosto che un vero e proprio spot per il suo governo.

Licenza Creative Commons

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »