Pro e contro del Jobs Act

Dic 4 • AttualitàNessun commento su Pro e contro del Jobs Act

Jobs Act approvato. È la vittoria di Renzi contro sindacati e vecchia classe dirigente del Pd. Vediamo cosa cambia.

Il Governo Renzi conquista la fiducia decisiva al Senato per l’approvazione della legge delega sul Jobs Act al Senato dopo le modifiche apportate dalla Camera dei deputati.

La questione di fiducia posta dall’esecutivo ha blindato il decreto vincolando la maggioranza ad approvare la fiducia pena la caduta del Governo. Come già in altre simili situazioni, la forzatura di Renzi ha vinto le resistenze al provvedimento nel Pd che, o per disciplina o per non essere responsabile della crisi, ha votato sì alla fiducia.

Matteo Renzi

Ad opporsi al decreto sono stati solo in pochi all’interno della maggioranza. Lucrezia Ricchiuti e Felice Casson, entrambi del Pd, non hanno partecipato al voto, mentre Corradino Mineo che aveva già anticipato su facebook la sua intenzione di non votare la fiducia, ha accusato il Governo di abusare dello strumento della fiducia come l’ennessima esautorazione del Parlamento.

Non voterò la fiducia sulla legge delega perché ritengo che il governo stia abusando in modo grave di questo istituto. l’8 ottobre ha chiesto una prima volta la fiducia in Senato, ritenendo il testo immodificabile, poi, invece, ha lasciato che la Camera cambiasse quel testo, per imporre di nuovo la fiducia oggi in Senato, quando sarebbe bastata una sola seduta per discutere tutti gli emendamenti. C’è da chiedersi se questa assemblea non sia stata sciolta a sua insaputa. Non voterò inoltre perché la legge delega molto al governo. E le polemiche aspre del Premier contro i sindacati e la tesi secondo cui i lavoratori dipendenti sarebbero i privilegiati di un sistema di apartheid, non lasciano ben sperare.  Mi scuso davvero con i senatori del Partito Democratico, con i quali ho condiviso questi 21 mesi di passione, se non posso questa volta far prevalere le ragioni della solidarietà e della comune responsabilità, ma sento di dover seguire l’idea, che è stata sempre la mia, di sinistra e verità.

Alle poche opposizioni nella maggioranza si contrappongono invece  le proteste di piazza, infatti, durante la seduta parlamentare universitari, precari e sindacati di base protestavano all’esterno di Palazzo Madama tra urla, petardi e scontri con la polizia.

Cosa cambia?

Abbiamo già analizzato qui le caratteristiche principali del Jobs Act, poi leggermente modificato dalla Camera e ora formalmente approvato di nuovo da Senato.

Analizziamo i punti della riforma che suscitano maggiore dissenso.

Il contratto a tutele crescenti

Prevede che i nuovi dipendenti di un’azienda vengano assunti con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che cresceranno in relazione all’anzianità di servizio.

Pro: Elimina tutte le forme di contratti atipici previsti e estende a tutti la forma contrattuale a tempo indeterminato.
Contro: Crea nella stessa azienda due classi di lavoratori con differenti diritti e garanzie creando più disparità e paradossalmente più precarietà.

L’articolo 18

Viene svuotato l’articolo già modificato dalla Riforma Fornero, prevedendo il reintegro soltanto per i licenziamenti discriminatori. Il reintegro per quelli disciplinari, invece, sarà limitato solo ad alcune fattispecie così da ridurre al minimo la discrezionalità dei giudici. Al contrario per i licenziamenti economici è previsto solo l’indennizzo.

Pro: Secondo il Governo si elimina il più grande ostacolo alla ripresa della occupazione con la maggiore libertà dei datori di lavoro di licenziare.
Contro: Si riducono le tutele dei diritti dei lavori accentuando la differenziazione tra lavoratori di serie A e quelli di serie B con meno tutele e più precarietà.

Mansioni flessibili

Il decreto permette una maggiore libertà al datore di lavoro di spostare il lavoratore da una mansione all’altra, compreso il demansionamento, in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale mantenendo comunque il principio della “tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita”. Viene rivista la disciplina dei controlli a distanza con la possibilità di controllare impianti e strumenti di lavoro anche da remoto.

Pro: Permette una maggiore flessibilità del lavoro e aumenta la  libertà di azione del datore di lavoro nell’organizzazione aziendale in caso di crisi.
Contro: Aumenta il potere discrezionale dell’azienda nei confronti del lavoratore con il rischio che il possibile demansionamento con il controllo a distanza e da remoto possa rappresentare uno strumento di ricatto e di sanzione per il lavoratore a cui nessun sindacato può più opporsi.

Riforma Aspi e Cig

Il vecchio sussidio di disoccupazione viene modificato e rapportato ai contributi versati dal lavoratore. L’Aspi sarà esteso anche ai collaboratori finché queste figure professionali non saranno definitivamente cancellate dal contratto a tutele crescenti. Per quanto riguarda la Cig non potrà più essere autorizzata in caso di cessazione definitiva di attività aziendale. L’obiettivo è quello di assicurare un sistema di garanzia universale con tutele uniformi per tutti i lavoratori. Sono rivisti i limiti di durata del sussidio  di due anni per la cassa ordinaria e di quattro per quella straordinaria e sarà prevista una maggiore partecipazione da parte delle aziende che la utilizzano.

Pro: Maggiore razionalizzazione dei sussidi ai lavoratori ed estensione di queste tutele anche per i collaboratori. Freno alla richiesta della Cig selvaggia da parte di molte aziende.

Contro: Rischia di essere l’ennesimo boomerang nei confronti dei lavoratori con l’accentuazione delle differenze di trattamento tra lavoratori se non accompagnato da sufficienti controlli volti a garantire l’equa ripartizione delle risorse e delle tutele.

I decreti attuativi

All’approvazione del Jobs Act seguirà la decisiva emanazione dei decreti attuativi che renderanno concrete questo insieme di norme. Come affermato dal Ministro del lavoro Giuliano Poletti si cercherà di approvare i primi decreti già entro dicembre. Tra i primi ci dovrebbero essere quelli del contratto a tutele crescenti e le modifiche dell’articolo 18 così da permettere di sfruttare gli sgravi contributivi previsti dalla legge di stabilità per le assunzioni fatte nel 2015 e la revisione dell’Aspi con l’estensione del sussidio per chi perde il lavoro anche ai collaboratori.

Sono invece previsti tempi più lunghi per il resto degli ammortizzatori sociali.

L’obiettivo di Renzi è quello di presentare una riforma pressoché approvata prima dello sciopero generale del 12 dicembre così da ridurne l’impatto politico.

Con questa riforma il Governo intende dare un’impulso agli investimenti sul lavoro i favorendo la crescita occupazionale con lo stimolo per l’impresa a investire con meno vincoli. Infatti, dall’impianto del Jobs Act si evince  la convinzione che il freno all’occupazione sia dato dalle eccessive tutele che, negli anni,  ne hanno immobilizzato il mercato e bloccato gli investimenti.

Come se rendere più facili i licenziamenti possa dare maggiore impulso all’occupazione.

Per molti la riforma si ispira al modello tedesco. Però l’Italia non è  la Germania e in un Paese in cui gli investimenti sono frenati dall’enorme e costosa macchina burocratica, dalla corruzione a molteplici livelli e dall’enorme deficit di strutture, il rischio è quello di aumentare ancora di più le sperequazioni sociali. In questo modo, la ricerca della competitività a tutti i costi, affiancata all’aumento del potere aziendale nei confronti dei lavoratori, in prospettiva, porta il nostro sistema ad essere più vicino a quello di Tirana che a quello di Berlino.

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