L’Ungheria del muro, l’Ungheria di Viktor Orbàn

Lug 18 • AttualitàNessun commento su L’Ungheria del muro, l’Ungheria di Viktor Orbàn

La politica di Viktor Orbàn, sempre più lontana dall’Europa e vicina a Putin, che sta portando alla costruzione del muro al confine con la Serbia.

Negli ultimi giorni, tra le altre cose, si è parlato molto anche del muro divisorio che si sta costruendo in Ungheria, al confine con la Serbia, per impedire – o quanto meno ridurre – l’afflusso di immigrati nel Paese, provenienti soprattutto da Medio Oriente e Africa. Poco più di un mese fa, il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto aveva annunciato la costruzione di un muro lungo circa 175 km e alto 4 metri, utile a non far crescere ulteriormente il numero di immigrati all’interno dell’Ungheria. Immigrati che, passando per le vie aperte in Turchia e Grecia, proprio tramite la Serbia, riescono a raggiungere Budapest e le città circostanti. Qualche giorno fa, quindi, sono iniziati i lavori per la costruzione del muro, a cui partecipano 900 persone (la maggior parte facente parte dell’esercito), che sarà composto da rete metallica e filo spinato.

Il problema è che l’Ungheria è stato membro dell’Unione Europea e qui la costruzione di mura divisorie (Berlino docet) non gode di una buona considerazione – per usare un eufemismo – a meno di particolari condizioni. Ma cosa ha portato ad una misura così drastica? Che tipo di politica guida l’Ungheria? La risposta a queste e ad altre domande simili coincide in maniera abbastanza esaustiva col nome di Viktor Orbàn.

Leader, primo ministro… dittatore (?)

Viktor Orbàn è il primo ministro ungherese dal 2010, eletto per la terza volta alla guida del Paese dopo il primo governo (1998-2002) e il secondo (2010-2014). Leader di Fidesz, è in testa ad un partito estremamente conservatore, di matrice cristiana, tradizionalista oltre che nazionalista. Eppure, tutto questo, non è ciò che è sempre stato Orbàn (e neanche ciò che era il suo partito, prima di diventare Unione Civica Ungherese nel 1995).  Le parole scritte dal giornalista canadese Gwynne Dyer qualche tempo fa su l’Internazionale, possono cominciare a far capire quanto e come sia cambiato il modo di fare e vivere la politica da parte dell’attuale primo ministro dell’Ungheria:

Quando l’ho intervistato per la prima volta, 25 anni fa, l’attuale premier ungherese Viktor Orbàn era un leader studentesco ferocemente anticomunista il cui unico scopo nella vita era liberare l’Ungheria dall’influenza sovietica. Ma in un quarto di secolo possono cambiare molte cose.

E proprio le parole “liberare” e “liberale”, unite a “democrazia”, ci dicono quanto le cose siano cambiate, per Orbàn e l’Ungheria, negli ultimi anni. Da convinto sostenitore della democrazia, acceso oppositore del regime comunista e giovane membro del nascente partito Fidesz a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, Orbàn è passato abbastanza facilmente dall’opposizione al governo. Decisiva in questo senso è stata l’azione politica di Jozsef Antall, primo ministro ungherese al momento in cui Orbàn entrò per la prima volta in Parlamento, nel 1990. Antall lo convinse a spostarsi su posizioni di centrodestra e l’attuale leader di Fidesz passò così da un lato all’altro all’interno delle dinamiche di potere del suo Paese. Da liberale e progressista a conservatore e tradizionalista. La più classica delle metamorfosi politiche.

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Orbàn I e Orbàn II

Da quel momento in poi, però, Viktor Orbàn è sempre stato fermo sulle sue posizioni. O meglio, un po’ si è mosso, ma solamente per rafforzarle. Il cambio di rotta segna per lui la prima elezione alla guida dell’Ungheria, nel 1998. In questo periodo, in realtà, Orbàn si mantiene su posizioni ancora liberali cercando di risollevare l’economia ungherese e di combattere il problema della disoccupazione con mosse politiche che continuano sulla scia di contrapposizione e opposizione al vecchio regime comunista, tanto avversato per anni e ormai crollato da un po’. Non solo. Durante questi anni, l’Ungheria di Orbàn entra a far parte della Nato e appoggia gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iraq.

Dal 2010, anno in cui Fidesz ottiene una maggioranza schiacciante e senza precedenti alle elezioni, la politica di Orbàn cambia davvero e comincia ad essere alquanto invisa alle autorità dell’Unione Europea, alla quale l’Ungheria ha aderito nel 2004, pur senza entrare nell’eurozona e mantenendo la propria moneta, il fiorino ungherese.
Tuttavia sono molte le scelte compiute da Orbàn che non sono andate giù all’Ue: in primis, le modifiche apportate alla Costituzione ungherese, in particolare la riduzione dei seggi all’interno dell’Assemblea Nazionale da 386 a 199 (mossa che ha dato ancor più potere al partito leader, che già godeva di una grande maggioranza). Emblema della nuova ideologia di Orbàn è inoltre la scelta – apparentemente secondaria, ma molto indicativa – di cambiare il nome ufficiale del paese da “Repubblica d’Ungheria” a “Ungheria”.

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Sempre meno Europa

Ma questi sono solo alcuni dei passi che hanno allontanato sempre di più l’Ungheria, sita proprio nel cuore del Vecchio Continente, dall’Unione Europea. L’attuale linea di governo, con Orbàn che è stato rieletto nel 2014, sta avvicinando maggiormente il paese magiaro alla Russia di Putin, oltre che alla Cina e, in generale, ai paese dell’Est del mondo.
Non è un caso che il soprannome di Orbàn più in voga negli ultimi tempi, tra stampa e oppositori, sia quello di “Viktatore” e che persino il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker si sia lasciato sfuggire – secondo alcuni giornalisti – uno scandaloso “ciao dittatore…” nell’ultimo summit Ue sul partenariato orientale, tenutosi a Riga, in Lettonia.
Infondo lo stesso Orbàn, che per molti ha anche limitato la libertà di stampa monopolizzando i mezzi di comunicazione, tra le altre cose, non ha nascosto il suo pensiero, mostrandosi in più di un’occasione vicino a Russia, Cina e Turchia – più che per interessi, per le loro forme di governo:

Dobbiamo abbandonare i metodi e i principi liberali nell’organizzazione di una società […]. Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale […] i valori liberali dell’occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza.

Nonostante la perdita di consensi che si sta registrando negli ultimi tempi, quindi, è chiaro in che direzione si sta muovendo l’Ungheria che, almeno fino al 2018 – salvo clamorosi colpi di scena – sarà ancora nelle mani di Orbàn.
Altrettanto chiaro è che l’Europa – o meglio, l’idea di Europa – sta fallendo. Tra la crisi greca, paesi che sfuggono o quasi al controllo e il malcontento che cresce più o meno in ogni zona del continente, l’Unione Europea è in discussione, oggi più che mai. Il progetto di pace, unità e prosperità teorizzato nel secondo dopoguerra da quel “gruppo eterogeneo di persone mosse dagli stessi ideali” (così è scritto sul sito ufficiale dell’Ue) sta mostrando gravi falle e prospetti di realizzazione molto difficili da raggiungere.

E quegli ideali erano pace, unità e prosperità. La pace, è innegabile, continua a camminare su un leggerissimo filo spinato, inciampando ed imprecando tra le grida di chi soffre fame e povertà o di chi non ha un lavoro e – di conseguenza – non riesce a ritrovare la propria dignità; lo stesso filo spinato che accarezza le teste delle varie mura che continuano a dividere l’Europa e che, nonostante non possano mai reggere il paragone con il loro ben più noto antenato di Berlino, mostrano a tutti quanto continui a persistere un problema di unità anche nel nostro continente (e la recente rassegna fotografica curata da Il Post rappresenta una conferma di questo dato).
Alcuni dei principi che stanno alla base dell’Unione Europea vivono una grave crisi e sono quegli stessi principi per cui si è arrivati alla fondazione stessa dell’Ue. Ideali tanto cari ai cosiddetti padri fondatori, come l’italiano Altiero Spinelli che – tanto per ricordarlo – chiedevano cose così:

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=YfAyRVKNaJ8]

 

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