Intervista a Dope One

Apr 21 • AttualitàNessun commento su Intervista a Dope One

Un uomo comune, ma con molte cose da dire; il rapper napoletano si racconta

Anche se il suo primo album da solista, Dopera, è uscito il 7 aprile, Dope One – nome d’arte di Ivan Rovati De Vita – non è nuovo nella sfera del rap ed ha già le idee chiare per il futuro. Dopo un intero mese dedicato ai firmacopie e un tour che comincerà il 1 maggio ad Eboli, lo abbiamo incontrato ieri a Piazza del Plebiscito circondato da turisti, e diventando noi stessi tali.

La cosa fa un po’ sorridere, visto che Dope One è cresciuto tra le strade di Napoli, tra graffiti e break dance. Ha visto molto nella sua vita ed ora ha deciso di raccontarlo in Dopera e rispondendo a qualche nostra domanda.

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Perché hai deciso di chiamarti Dope One?

Ho deciso di chiamarmi Dope One perché in americano Dope è un termine che esprime qualcosa di bello, particolare, è come un sinonimo di cool. Ha influito molto sulla scelta anche il mio essere stato writer, in quanto mi piacciono proprio le lettere della parola Dope. Ho iniziato quasi per gioco ma con il tempo il termine me lo sono sentito mio.

Com’è stato incidere il tuo primo album, e quali saranno i tuoi progetti futuri?

Dopera è il mio primo cd da solista. Precedentemente ho fatto già quattro dischi in collaborazione con i miei amici e colleghi rapper. Il penultimo è stato Armageddon, un cd composto completamente con Clementino. Dopera quindi è il mio quinto album ma è il primo da solista. Posso considerare il tempo in cui ho scritto i testi come un periodo di riflessione, in quanto il mio pensiero fisso era cosa dover scrivere. Una sorta di viaggio mentale da quando ho concepito l’album fino alla sua uscita. Quando l’ho stretto tra le mie mani ancora non ci credevo e temevo di non aver fatto un lavoro che mi rispecchiasse in pieno, però riascoltandolo mi sono dovuto ricredere.

Quali saranno i tuoi progetti futuri?

Dall’uscita dell’album il 7 di aprile, abbiamo dedicato questo mese agli instore e ai firmacopie. Quindi ci siamo dedicati alla pubblicità a raffica, alle interviste, alle radio, ai programmi televisivi. Dal primo maggio inizierà invece il tour con la prima tappa ad Eboli, in provincia di Salerno.

Com’è nata la tua passione per il rap?

La mia passione per il rap è nata molto tempo fa, a partire dal vedere cosa si stava muovendo negli Stati Uniti. Quando avevo 12 anni, quando ancora non ero un MC e ancora non scrivevo rime, trovai una grande ispirazione nei video di rapper americani. Poi successivamente appassionandomi alla cultura del rap e alle rime ho dedicato tutto me stesso al rap.

Nel tuo album ti scagli molto contro i politici. Non hai avuto timore di essere poco originale?

Io parlo e scrivo in un certo modo da molti anni. Da quando ho iniziato sono sempre lo stesso. Mi rendo conto che, come è diventato il rap una moda, lo è diventato anche parlare di un certo argomento. Ma a questa domanda rispondo che, se si ascoltano anche i miei primissimi lavori, ci si rende conto che la mia non è moda. Ho sempre seguito una linea di pensiero e sono ormai venti anni che la porto avanti.

Vorresti approfondire la tua linea di pensiero?

La mia linea di pensiero è comune a quella di ogni altro cittadino che vive le mie realtà e che ha la stessa mia speranza di cambiare qualcosa che non va. Facendo parte del popolo mi sento parte integrante di esso, le cose che vivo io sono quelle che vivono tutti. Cerco di essere una voce fuori dal coro cercando di far arrivare le nostre opinioni anche ai politici. La politica è un qualcosa che esiste ed ognuno ha la sua opinione. La mia politica di pensiero è l’hip pop, quindi la Zulù nation e Afrika Bambaata, concetti che puntano alla fratellanza, all’uguaglianza. Sono una persona comune che cerca di farsi sentire attraverso il rap.

Se dovessi giudicare il rap/hip hop attuale, cosa diresti?

Direi che il suono è totalmente cambiato e di conseguenza è cambiato anche il modo di fare il rap. Quando io ho cominciato c’era una realtà in cui convivevano rap, hip hop, break dance, graffiti, MC al microfono. Con l’avvento dei club è cambiato il modo di fare musica e molto spesso le canzoni tendono ad essere più commerciali. Questa non è una vera e propria critica, ma credo che bisogna avere sempre un po’ di originalità ,e noi napoletani ne abbiamo da vendere.

Com’è stato collaborare con i Sangue Mostro per il brano Mood Designer?

Collaborare con i Sangue Mostro è stata una normale serata in studio come tante altre, dato che i Sangue Mostro sono quasi come fratelli. Il pezzo anche è nato con molta naturalezza e scioltezza.

E con Clementino in No Politician?

Conosco Clemente da diciassette anni, quindi già da quando non era così famoso. Siamo rimasti sempre sullo stesso “mood” ed il nostro rapporto non è cambiato.

In Elettroshock parli di Stefano Cucchi, perché lo hai citato proprio in questo brano?

Citare solo Stefano Cucchi forse è stato limitativo. Ho voluto dare più spazio al suo nome per richiamare alla mente anche altri numerosissimi casi. Il caso di Stefano mi ha maggiormente colpito, ma ho intenzione di riferirmi anche ad altri casi in futuro perché l’ingiustizia è uguale per tutti.

In Music My Stamina vedi la tua musica come una sorta di cura?

Viviamo in una terra inquinata dove anche l’aria che respiriamo non è per niente sana ed io attraverso il rap mi sono sensibilizzato di più a ciò che mi circonda. Ciò che mi salva da quello che c’è intorno è la musica e più passa il tempo, più aumentano i problemi , lei più mi aiuta.

Rint a st’anema può essere considerato un pezzo autobiografico?

In ogni mio pezzo c’è una parte di me e della mia vita, per far capire al pubblico che io non scrivo a tavolino. La collaborazione con Ciccio Merolla ha reso questo brano come una sorta di mantra e per questo ho voluto giocare su più fronti. Infatti non si sa se faccio riferimento a una donna o alla musica, ma la risposta la lascio al pubblico perché la musica è soggettiva ed ognuno ci vede qualcosa di diverso.

Qual è la tematica di Libertad, pezzo con cui hai collaborato con i 99 Posse?

Il titolo rispecchia la mia più grande speranza: avere sempre la libertà di muoverci, di pensare, di agire. I 99 Posse, poi, oltre ad essere come dei maestri, sono sempre stati un gruppo militante che ha portato avanti le sue idee. Io voglio collocarmi quindi sulla loro stessa scia e questa collaborazione potrebbe esserne una prova.

Your Wish: perché un titolo in inglese se la canzone è completamente in napoletano?

Ho deciso di darle un titolo in inglese per fornirle quasi una parvenza internazionale, in modo che non venga compreso solo da italiani e napoletani. Your Wish è un pezzo a cui tengo molto perché ho voluto approfondire quali sono i comuni desideri: vivere tranquillamente con le persone che ami, ad esempio, può essere anche il mio desiderio. Anche in questo caso quindi tra me e il pubblico non esistono barriere.

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In Ring di Alarm ti scagli contro le case discografiche e le etichette. Qual è stata la tua esperienza a riguardo?

Più che scagliarmi completamente ho usato un po’ di sarcasmo: L’etichetta pensa a titl e ritornell. Io ho un’etichetta, la Jesce Sole, ma è un qualcosa di più profondo ed intellettuale. Non è l’etichetta come quella che ho dietro la maglietta. Ma nel caso di Ring di Alarm volevo consigliare alle etichette di lasciare i cantanti liberi di esprimersi e non imporre loro anche il modo di vestire. Nel mio caso sono fortunato perché con Jesce Sole stiamo creando qualcosa di molto bello. Ovunque portiamo Dopera i ragazzi si sentono a loro agio, come ieri a Benevento, ad esempio.

Photo Credits: Giacomo Ambrosino Photographer per GMPhotoAgency

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