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Il governo della semantica

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[highlight]Semantica: come ingannare un popolo e farla franca[/highlight]


Semantica: analisi e studio del linguaggio dal punto di vista del significato; questa la definizione del termine che troviamo nel dizionario. Tradotto in soldoni, la semantica è il senso delle parole. Quello che abbiamo dimenticato. Quello che abbiamo stravolto. Quello che non segue più la logica. La vera arma di distrazione di massa.

E la politica è, sempre più, il festival delle parole mescolate, il regno del gioco delle tre carte. Negli ultimi mesi, in effetti, abbiamo assistito a quello che potremmo definire, senza remora di essere smentiti, un elaborato esercizio di stile linguistico.

Cambio una parola qui, inverto le lettere in questa sigla qua, e il gioco è fatto.

In questo discorso, può tornare utile ricorrere a Ferdinand de Saussure, che nella sua opera “Corso di linguistica generale”, introduce il concetto di arbitrarietà del linguaggio:

[quote]Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario, o ancora, poiché intendiamo con segno il totale risultante dall’associazione di un significante a un significato, possiamo dire più semplicemente: il segno linguistico è arbitrario […] La parola arbitrarietà richiede anche un’osservazione … non deve dare l’idea che il significante dipenda dalla libera scelta del soggetto parlante … vogliamo dire che è immotivato, cioè arbitrario in rapporto al significato, con il quale non ha alcun aggancio naturale nella realtà[/quote]

In poche parole, il padre della linguista moderna sostiene che la scelta della parola utilizzata per indicare qualcosa non nasce dalla volontà di chi parla. Non esiste nessun legame logico.

E la logica, con la politica, ha ben poco da spartire. Basta vedere il modo in cui si riesce a togliere una tassa sostituendola con un’altra chiamandola in modo diverso. Prima era l’Ici, poi diventata Imu, che ora diventa Taser (o service tax), che a sua volta ingloba la Tares, che fino a ieri si chiamava Tarsu. Abbiamo cambiato la parola “comunale” con “municipale”, e aggiunto a “rifiuti” il termine “servizi”. Il risultato di questi tripli salti carpiati linguistici è che dobbiamo pagare una tassa. Non sappiamo ancora quanto, né come sarà calcolata, e neanche a partire da quando. Intanto ci prepariamo a farlo.

Quando si tratta di confondere le idee, dobbiamo ammetterlo, i nostri cari governanti sono davvero dei maestri, tutti degni allievi di Tullio De Mauro e Umberto Eco. A loro basta poco per capovolgere il senso delle parole, e noi siamo le vittime perfette. Quando smettiamo di usare il termine “condanna” e iniziamo a usare “sentenza definitiva”, una persona distratta finisce con il pensare che non siano la stessa cosa. Oppure quando usiamo la parola “prescritto” come se fosse sinonimo di “innocente”.
Utilizzare il linguaggio per soggiogare un popolo è la forma di dittatura più violenta che si possa immaginare, e in un momento storico come quello che stiamo vivendo, dimenticare il senso delle parole è una debolezza che non ci possiamo permettere.

Italo Calvino, nell’opera “Le città invisibili”, ci ricorda un concetto molto importante:
[quote]Non c’è linguaggio senza inganno[/quote]

Ai nostri governanti dovremmo ricordare, oggi più che mai, il primato del linguaggio, attraverso il quale esprimiamo il nostro pensiero, e dire loro che non siamo più disposti a essere ingannati, né circuiti.

Parafrasando il grande Totò, a noi queste frasi sotto semantica non ci convincono.

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