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La geografia (e la retorica) di Expo 2015

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[highlight]Gli Stati Uniti a due passi dalla Russia e dall’Iran, il Vaticano vicino ad Israele… I padiglioni e la bella facciata di Expo 2015.[/highlight]

“Qui nessun parallelo divide Corea del Sud e Corea del Nord”. Queste le parole di Paolo Bonolis alla festa d’inaugurazione di Expo 2015 tenuta a Piazza Duomo giovedì 30 aprile. Un’idea di unione e solidarietà tra i paesi interessante quanto vana e superficiale.

L’Expo di Milano non è tutta una festa, non è solo l’Albero della Vita o il tema legato al cibo e i propositi positivi di combattere la fame nel mondo con un evento che – secondo stime attendibili – costerà oltre 14 miliardi di euro. Ma ormai è fatta. Il 1 maggio è arrivato e, molto più del concerto di Roma, ha fatto parlare di sé soprattutto per l’inaugurazione dell’esposizione universale.

145 paesi uniti dal tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita” e da tanta, ma tanta retorica. Perché i buoni propositi dell’Expo – nonostante le parole di Renzi e la volontà di portare a termine quella che è stata definita una “grande scommessa” – sono già stati sepolti sotto le tonnellate di cemento ancora fresco dei lavori ancora in corso, sotto le manifestazioni del movimento #NoExpo, sotto le proposte di “lavoro” che hanno indignato molti giovani e non solo.

Perché Expo non unirà l’Italia, e poco importa se la festa di Piazza Duomo a Milano si sia conclusa con “‘O sole mio”: da domani, ma già da ieri, i Terroni continueranno a mangiare la pizza, i Polentoni riprenderanno a mangiare la polenta. Ad unire davvero il nostro paese non ci è riuscito Verdi con musica e teatro e non ci riuscirà neanche l’Expo col cibo.

E tanto meno l’evento più atteso dell’anno riuscirà ad unire il mondo e a sopire le tensioni che intercorrono tra un paese e l’altro. Nonostante il “planisfero” dell’Expo avvicini paesi storicamente rivali o, ancor più suggestivo, attualmente in contrasto tra loro. I padiglioni presenti a Milano per i prossimi sei mesi non sono i paesi che rappresentano: Stati Uniti, Russia e Giappone – per una volta – si trovano tutti ad est, ma di un micromondo, apparente e provvisorio; il Vaticano (che per il suo padiglione ha speso circa 3 milioni di euro) è separato da Israele solo dalla Francia; gli Stati Uniti, ancora loro, sono davvero a pochi passi dall’Iran; e il piccolo spazio riservato alla Grecia riesce a convivere ad una manciata di metri con quello ben più ampio riservato alla Germania, senza tensioni, senza rancore.

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L’Italia, dal canto suo, è il centro del mondo, la patria del cibo e il perno su cui ruota tutto l’evento. Ma rassegniamoci, tra poco meno di sei mesi tutto tornerà come prima e ci accorgeremo di cosa è successo in questo periodo di tempo. Nulla: la pace e la fame nel mondo torneranno ad essere promesse ed utopie da mettere in bocca alle miss durante i concorsi, gli Stati Uniti torneranno ad ovest, la Russia resterà dov’è, a Milano continueranno a cantare “Oh mia bella Madunina” e, ahimé, Piazza Italia tornerà ad essere solo un negozio d’abbigliamento.

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