Cos’è l’ISIS e perché se ne parla oggi?

Ott 2 • AttualitàNessun commento su Cos’è l’ISIS e perché se ne parla oggi?

Al centro della politica estera, l’ISIS continua la sua battaglia per “purificare” l’Islam

L’ISIS continua a diffondere filmati di decapitazioni: questa volta è toccato a quattro combattenti curdi, un uomo e tre donne, fatti prigionieri in Siria. Inoltre, l’autoproclamatosi califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, invia un ulteriore messaggio dalla bocca del reporter britannico, John Cantlie, il quale dice che «i raid americani sono inutili», che «la strategia di Obama è prevedibile» e che «il nuovo conflitto – ovvero la Terza Guerra del Golfo – non renderà più sicuro l’Occidente».

Tali messaggi non hanno fatto altro che acuire l’allarme in Occidente, tanto che Theresa May, Ministro degli Interni Inglese, ha dichiarato che

l’Isis, se non viene contrastato e lasciato proliferare in Iraq e in Siria, potrebbe diventare un vero e proprio stato terrorista, in grado di essere una minaccia nucleare, in quanto potrebbe dotarsi di armi sia chimiche, sia biologie e nucleari.

Intanto la strategia degli Stati Uniti continua: nelle ultime trentasei ore ci sono stati ventidue raid aerei contro obiettivi sensibili in Iraq e in Siria. Sul confine turco, inoltre, sono stati schierati dal governo di Ankara centomila soldati in stato di massima allerta, in attesa del via libera per muovere contro l’ISIS.

Inoltre l’aggravarsi della situazione in Iraq ha impensierito il governo iraniano che ha deciso di mandare 500 uomini delle forze Quds, l’elitè della Guardia Rivoluzionaria, la più efficiente del Medio Oriente, di molto superiore all’esercito regolare iracheno che, di fronte all’avanzata delle truppe ISIS, ha abbandonato la città di Mosul.

Si va dunque verso un nuovo conflitto in Medio Oriente.

Quali sono però, le cause profonde di tale conflitto? Da cosa è mosso e che cos’è l’ISIS?

La storia dell’ISIS inizia nel 2000, quando uno dei principali rivali di Osama Bin Laden, Abu Musab al-Zarqawi, decise di separarsi da al-Qaida per creare un proprio gruppo.

La differenza sostanziale tra i due movimenti sta nel fatto che al-Qaida si fonda sull’idea di difendere gli stati musulmani dall’occupazione occidentale – in seguito al dispiegamento di soldati USA durante la Prima Guerra del Golfo; l’idea di Zarqawi, invece, consisteva nel far scoppiare una guerra civile estesa, sfruttando la difficile situazione religiosa irachena, con lo scopo di costituire un califfato islamico esclusivamente sunnita, portando avanti una campagna di sabotaggi continui e costanti.

Negli anni così è stato: nel 2003, poco dopo l’invasione statunitense in Iraq, il gruppo di Zarqawi attaccò una moschea irachena, uccidendo 125 musulmani sciiti; l’anno dopo Zarqawi si dichiarò vicino ad al-Qaida, chiamando il suo gruppo al-Qaida in Iraq (AQI), garantendo a Bin Laden una presenza massiccia in Iraq.

Nel 2006 Zarqawi venne ucciso da una bomba americana e sostituito prima da Abu Omar al-Baghdadi e in seguito, nel 2010, da Abu Bakr al-Baghdadi.

Grazie all’intervento del nuovo leader, il gruppo ha riacquistato forza, cambiando nome in Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), in seguito alla guerra in Siria che diede possibilità al gruppo di rafforzarsi. Come fa intendere il nuovo nome, il piano dell’ISIS è quello di espandersi non solo in Iraq e in Siria, ma in tutta l’area orientale del Mediterraneo e, probabilmente, su tutto il Nord Africa.

L’ISIS, nella sua opera di occupazione, sembra essere stato aiutato dall’omertà delle tribù sunnite irachene e da gruppi baathisti (appartenenti al partito sunnita Baath, lo stesso a cui apparteneva Saddam Hussein), che condividono con il gruppo di al-Baghdadi l’obiettivo di destituire il primo ministro sciita iracheno Nuri al-Maliki – dimessosi lo scorso 14 Agosto – a causa della mano ferma del partito sciita che, non solo ha occupato lo Stato, ma ha anche favorito le violente milizie sciite nel Nord dell’Iraq. Questo non ha fatto altro che favorire la propaganda dell’ISIS nella regione, rivolta proprio alle popolazioni sunnite, che non sono salite al potere dai tempi di Saddam Hussein.

La capacità dell’ISIS di mantenere solide le proprie fila, si basa sopratutto sulla brutalità degli attacchi contro la popolazione civile musulmana, come dimostra l’eliminazione dei soldati sciiti a Tikrit, in Iraq, e ovviamente le esecuzioni “pubbliche” dei prigionieri.

Lo scopo dell’ISIS quindi è quello di fondare un califfato per “purificare” il mondo islamico, soprattutto dalla più grande minoranza della religione islamica, gli Sciiti, che al momento si trovano al potere in Iraq, paese a prevalenza sunnita.

Quando sono nate queste scissioni nel Mondo Islamico?

La scissione tra Sunniti e Sciiti risale al VII secolo d.C., quando il quarto califfo dell’Islam, Ali Ibn Abi Talib, accusato di aver assassinato il precedente califfo, si scontrò nel 657 con il governatore siriano Muawiya e capo degli Omayyadi, uno dei clan più influenti di La Mecca, nella battaglia di Siffin, vicino all’Eufrate. Surclassato dalle forze del califfo Ali, Muawiya riuscì a fare un accordo che mise fine alla battaglia. Alcuni che erano con Ali, indispettiti da tale soluzione, lo abbandonarono: questi vennero chiamati i Kharigiti, “coloro che sono usciti”. Gli altri si chiamarono Sciiti – da shi at ‘Ali «fazione di Ali». I sostenitori di Muawiya, invece, divennero i Sunniti.

La differenziazione fondamentale tra Sciiti e Sunniti sta nella scelta della guida dell’Islam, cioè il Califfo per i Sunniti o l’Imam per gli sciiti. Per i Sunniti la guida politica e spirituale della comunità islamica – la Umma – poteva essere scelta tra qualunque devoto musulmano adulto di moralità giusta, preferibilmente arabo, che veniva eletto come Califfo. Per gli Sciiti, invece, la Umma doveva essere guidata esclusivamente  dai membri della discendenza di Maometto, la Ahl al-Bayt, che vengono elevati al rango di Imam.

Attualmente i Sunniti costituiscono l’orientamento religioso islamico più diffuso. Esteso dall’Oceano Atlantico alla Cina Occidentale,  con comunità anche in Oceania, conta 1,35 miliardi di fedeli – secondo una stima del 2013. Molto più ridotto è l’orientamento sciita che con circa 156 milioni di fedeli – stima del 2007 – si concentra sopratutto in Iran e in varie zone del Medio Oriente.

Qual’è la strategia dell’ISIS? Come riesce a sostenersi economicamente?

L’ISIS risulta essere indipendente da aiuti stranieri, visto che è riuscito ad organizzare una vera e propria tassazione nei territori occupati, oltre che a vendere elettricità alla Siria, alla quale aveva sottratto le centrali elettriche, e ad organizzare un sistema per esportare il petrolio siriano.

Tali somme di denaro vengono usate per stipendiare i miliziani, che sono meglio pagati dei militari sia iracheni che siriani; questo ha permesso di creare una coesione interna, molto più forte di qualsiasi suo nemico.

Tale strategia economica sembra essere stata architettata da diverso tempo, e che ha visto una sua attuazione grazie alla guerra in Siria.

Il successo dell’ISIS in Siria però potrebbe non attuarsi in Iraq, sia perché il gruppo potrebbe “fallire” vista la rapida espansione territoriale, sia perché i giacimenti petroliferi iracheni non godono delle stesse infrastrutture sviluppate dalla Siria.

Le previsioni per quella che si aspetta essere, come è stato detto, la Terza Guerra del Golfo, risultano essere ancora difficili da fare. Restano solide però le decisioni della Casa Bianca di non farsi intimidire e di fare giustizia. «Il nostro obiettivo è smantellare e distruggere l’ISIS» ha dichiarato Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America.

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