Carmine Schiavone e la manicure istituzionale

Ago 25 • Attualità2 commenti su Carmine Schiavone e la manicure istituzionale

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In un’intervista a SkyTg24 l’ex boss del Clan dei Casalesi, Carmine Schiavone, si racconta.

Diffidate sempre di chi vive di certezze. Di quelli che sono sempre conviti di avere la verità in tasca e cercano di diffonderla tra i comuni mortali ignari di tutto. Sospetti, dietrologie, ipotesi e dubbi, d’altronde, ci aiutano a vivere e affrontare meglio la paura. La paura che sia tutto vero, di non essersi sbagliati.
Carmine Schiavone è un uomo con delle certezze, e dopo venti anni le racconta a tutti. Boss camorristico, amministratore delegato del “Clan Casalesi S.p.A.”, Carmine Schiavone si è pentito nel 1993, scontando la sua pena tra carcere e domiciliari.

Oggi è un uomo libero, almeno per la giustizia. La coscienza, quella si sa, impiega molto più tempo per perdonare.

In un’intervista rilasciata a SkyTg24, Carmine Schiavone racconta tutto. Gli omicidi, lo sversamento illegale di rifiuti tossico-nocivi, la connivenza delle istituzioni, l’inadeguatezza della politica. E lo dice senza giri di parole.

«Io mi sono pentito davvero perché altrimenti quelle carte lì non le avrei mai scritte. Il mio guaio è stato proprio quello di essermi pentito veramente perché in Italia non c’era una giustizia, una legge, un politico che sappia capire questo»

Nel corso dell’intervista il boss conferma tutti i nostri sospetti sulle sorti della Campania e del basso Lazio. Moriremo tutti, a causa dei rifiuti industriali, sanitari, chimici, nucleari, interrati nelle cave di sabbia situate nel casertano, nel “triangolo della morte” Nola-Acerra-Marigliano (ne abbiamo parlato qui), dal lungomare di Baia Domizia fino a Pozzuoli, nella provincia di Latina. Aziende del nord, ma anche Europee, che pagavano il Clan per sversare i loro rifiuti condannando così milioni di persone a morte certa. Tutto questo ha spinto Schiavone a ribellarsi a un sistema nel quale non si riconosceva più.

«Io ho sbagliato nella mia vita e ho cercato di rimediare quando la mia coscienza si è ribellata a certi soprusi commessi da altri. Quando ho iniziato a vedere avvelenare un territorio intero, ad ammazzare bambini prima che nascevano. Perché quando nascono deformi, li hai condannati»

C’è anche il tempo per spostare la conversazione sulla sua vita privata, la sua famiglia. Ci racconta del figlio Francesco, destinato a prendere le redini del clan e invece ha preso un’altra strada perché «ragiona come un ragazzo del Nord». Infondo si sa, la mafia è anche uno stato mentale.
Ascoltare un capo della mafia più spietata al mondo parlare in questo modo accende in ognuno di noi una spia di speranza, ma dura poco, ed è sempre lui a riportarci con i piedi per terra, invitandoci a non illuderci.

«Si potrebbe anche distruggere la mafia ma non distruggeranno mai niente perché ci sono troppi interessi, sia a livello economico sia a livello elettorale»

Politici, carabinieri, finanzieri, poliziotti, magistrati, tutti corrotti e collusi. Scopriamo, infatti, che il Clan “manteneva” le caserme e che, in un classico rapporto “dare-avere”, si aiutavano a vicenda. Le forze dell’ordine fornivano informazioni sulle operazioni da condurre e sulla posizione delle pattuglie in servizio, e il Clan gli faceva fare carriera con l’arresto di qualche pesce piccolo.
Un mondo squallido, pieno di “cani rognosi”, come li definisce lo stesso Schiavone. Verso la fine dell’intervista, il pentito pronuncia una frase che lascia il segno:

«Noi è vero che abbiamo sparato, ma il ministro, il magistrato, il poliziotto, il carabiniere, che erano venduti, sono più responsabili di me. Perché hanno permesso questo»

Parole che fanno male, fanno indignare, sconcertano. Ma il dolore, l’indignazione, lo sconcerto non cambierà lo stato delle cose. Le persone continueranno ad ammalarsi e morire per colpa loro. E nemmeno il pentimento, anche se sincero, potrà riportare i nostri cari in vita.
Su una cosa però ha ragione, la mafia non si sconfigge se non c’è la volontà di farlo. Nel romanzo del Premio Nobel José Saramago “Le intermittenze della morte”, il governo si trova a dover trattare con la “maphia” in un momento in cui non possono permettersi di rifiutare. In una conversazione il Capo del Governo e il Ministro dell’Interno cercano di venire a capo dell’imbrigliata situazione:

«Potremmo scatenare un’operazione lampo di polizia, una retata, mettere dentro qualche decina di maphiosi, forse riusciremmo a farli indietreggiare – dice il ministro dell’Interno. L’unica maniera – risponde il Capo del Governo – di liquidare il drago è mozzargli la testa, limargli le unghie non serve a niente»

Limargli le unghie. Ecco cosa fanno le istituzioni tutti i giorni con la criminalità organizzata. I cittadini chiedono giustizia, non una manicure.

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2 Responses to Carmine Schiavone e la manicure istituzionale

  1. […] dalle sole fila della camorra. È così che, dopo l’input dato dalle rivelazioni di Carmine Schiavone con le interviste rilasciate a SkyTg24 e su ilfattoquotidiano.it, si sono intensificati i lavori […]

  2. […] per combattere quello che è un vero e proprio crimine contro l’umanità. Laddove è evidente la collusione tra camorristi, industriali, politici e contadini omertosi, ultimo baluardo di speranza è la chiesta di frontiera e l’impegno spontaneo di giovani […]

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