«Aiutatemi a morire». Il post di commiato di Severino Mingroni

Feb 5 • AttualitàNessun commento su «Aiutatemi a morire». Il post di commiato di Severino Mingroni

Lo sfogo, duro e violento, di un uomo abbandonato da uno Stato che dovrebbe, invece, assisterlo

Severino Mingroni nasce a L’Aquila, il 31 maggio 1959. Cresce a Casoli, dove conduce un’esistenza modesta fino alla mattina del 22 ottobre 1995, quando la sua vita cambia irrimediabilmente: colpito da una trombosi all’arteria basilare destra, resta paralizzato, privo della voce, ma non del bisogno di scrivere e comunicare, reso possibile, nonostante la Sindrome Locked-in, da a un software. 

Da quel 22 ottobre comincia, però, il suo calvario: una lenta discesa negli inferi di una sanità pubblica malridotta e l’agonia delle lunghe attese burocratiche. Giorni difficili, alti e bassi, tanta solidarietà e, soprattutto, una madre straordinaria. A lei Severino deve tutto. La donna lo ha sempre accudito amorevolmente, aiutandolo anche a svolgere le sue funzioni fisiologiche, stimolando i muscoli che permettono l’evacuazione: gesti semplici ma indispensabili.

Tra due mesi, però, l’anziana donna, ormai 79enne, dovrà operarsi all’anca e non potrà prendersi cura del figlio: Severino rischia così di morire per un blocco intestinale. Il timore è concreto, tanto da spingerlo a scrivere uno sfogo durissimo in cui si augura di morire prima della madre, perché stanco di una vita piena di sofferenze e umiliazioni. Il suo post (qui in versione integrale) è forte, violento; è una provocazione disperata ed esasperata che fa male come tutte le verità più atroci.

Paralizzato e senza assistenza medica, grida: «aiutatemi a morire».

Se sarò malauguratamente ancora vivo quando mia madre morirà, la seguirò poco dopo per un blocco intestinale, poiché sarò ben farcito di merda! Non che mi dispiaccia morire. Anzi: meglio la morte che questa vita infernale. Tanto che, se avrò davvero un blocco intestinale, mi rifiuterò di essere operato, appellandomi al secondo comma dell’Articolo 32 della Costituzione italiana, che così recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.Siccome dopo più di 18 anni di questa vita di merda -non solo metaforica- non ne posso più, siccome i nostri politici sono talmente stronzi da non concederci quasi nulla -nemmeno il suicidio assistito- e siccome infine non ho molti soldi, chiedo davvero ad una anima buona di porre finalmente fine alla mia vita infernale, non appena mia madre non ci sarà più. Si, perché non voglio morire andando in Svizzera, ma voglio porre fine alla mia vita infernale qui nel mio letto. Se volete sul serio aiutarmi a cercare una anima buona per quando morirà mamma – anche se spero di morire prima io di lei – diffondete il più possibile questo post

Membro onorario dei Radicali e attivista convinto di tante battaglie per i diritti civili con l’Associazione Luca Coscioni, Severino è un moderno don Chisciotte, combatte contro i mulini a vento di un’Italia insensibile e cieca. Il suo grido di dolore è un pugno allo stomaco, una provocazione feroce e non isolata. Dietro i tagli alla Sanità e all’assistenza domiciliare ci sono tantissime persone che soffrono ogni santo giorno una vita infernale, soli, abbandonati a se stessi e alle cure amorevoli dei propri cari. Chi si occupa di politiche sociali, chi siede in Parlamento, chi scalda un’immeritata e preziosa poltrona, dovrebbe avere il coraggio di leggere il suo appello e di agire, aiutando Severino non a morire, ma a vivere dignitosamente, perché, in un Paese civile, libero e democratico, ci si dovrebbe prendere cura dei malati e non abbandonarli alle premurose, ma insufficienti, cure di una mamma 79enne.
Cosa ne sarà dei tanti Severini che vivono il loro Inferno in terra quando gli affetti di una vita non ci saranno più a prendersi cura di loro?

Non possiamo continuare a girarci dall’altra parte e a far finta di niente. Non si possono lasciare le famiglie sole a combattere ogni giorno contro difficoltà immani per assolvere quei compiti che dovrebbero esser garantiti dallo Stato. La battaglia deve diventare, dunque, comune e necessaria, coinvolgendo disabili e normodotati, perché la democrazia, l’uguaglianza dei cittadini e la civiltà di un Paese si dimostrano garantendo rispetto e dignità della vita, anche nella malattia. In tempi di crisi, tagli e pareggio dei bilanci, troppi sono gli alibi e le dimenticanze per non rispettare il diritto, costituzionalmente garantito, a un’assistenza sanitaria dovuta e necessaria.
Se poi un Paese fallisce e non si occupa di assistenza medica, allora, forse è giusto che anche l’eutanasia possa essere una scelta, condivisibile o meno, ma una possibile scelta.

Non barrichiamoci dietro falsi moralismi e dietro i dogmi della fede, se siamo i primi a non fare nulla per restituire dignità ai nostri fratelli.

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